La Storia del Calcio-L’ultima corsa di Renato Curi, il “cuore matto” del “Perugia dei miracoli”
Quel giorno Renato Curi avrebbe potuto non scendere in campo. La settimana prima aveva saltato il Bologna per infortunio, ma avrebbe fatto di tutto per giocare contro la Juventus.
Non lo fermò neanche una botta durante l’allenamento a Spello, qualche giorno prima della partita: Renato Curi si sentiva pronto e Ilario Castagner non poteva fare a meno di uno dei suoi giocatori migliori. Dopo cinque giornate il Perugia, il “Perugia dei miracoli”, era primo in classifica insieme al Genoa, al Milan e proprio alla Juventus, l’avversario del 30 ottobre 1977. Curi era stato fatale ai bianconeri nel maggio del 1976, quando con un gol aveva firmato la sconfitta della Juventus e regalato lo scudetto al Torino. La mezzala riccia e baffuta del Perugia era cresciuta nel Giulianova ed era stata scoperta dallo stesso Castagner. Dopo una breve parentesi al Como, il primo anno in Umbria si era rivelato esaltante: subito la vittoria del campionato di Serie B e la promozione in Serie A. Curi viaggiava veloce in campo, era un giocatore grintoso che aveva nella corsa una delle sue migliori qualità. E anche quel giorno di fine ottobre stava dando il massimo. Nel primo tempo ebbe la peggio in uno scontro di gioco con Franco Causio, ma rientrò regolarmente in campo anche nel secondo tempo. Pioveva a Perugia e il terreno dello Stadio Comunale di Pian di Massiano era zuppo d’acqua e in pessime condizioni. Al quinto minuto della ripresa, sugli sviluppi di una rimessa laterale, Renato Curi scattò per raggiungere il pallone, come aveva fatto migliaia di volte nella sua carriera. Quel giorno però si accasciò a terra, privo di sensi, e non si rialzò più. I giocatori più vicini richiamarono l’attenzione dell’arbitro Gianfranco Menegali. I soccorsi furono tempestivi e Curi fu portato via esanime, con una barella, sotto una pioggia battente. Fu inutile ogni tentativo di rianimarlo e quando l’ambulanza arrivò al Policlinico di Perugia, Curi era già morto. Aveva 24 anni. Dall’autopsia emerse una malattia cardiaca cronica, che avrebbe potuto causare una morte improvvisa. La tragedia poteva essere evitata. Renato Curi lo sapeva, conosceva i rischi a cui andava incontro, ma tendeva a minimizzare, non poteva abbandonare la sua passione. Nel passaggio dal Giulianova al Como le visite mediche avevano evidenziato l’irregolarità dei suoi battiti, ma né Curi né i medici gli avevano dato troppo peso. In un’intervista si era definito un “cuore matto”, sosteneva che gli bastasse correre e sforzarsi perché i suoi battiti potessero tornare regolari. Il funerale fu celebrato proprio nello stadio in cui trentamila persone lo avevano visto correre per l’ultima volta. Da quel giorno, il Comunale di Perugia porta il suo nome.














si che brutto morire in mezzo ad una partita