7 motivi per cui Spalletti dovrebbe rimanere a Roma

Uomini forti destini forti, uomini deboli destini deboli, non c’è altra strada!

L’occasione: la sconfitta rimediata dalla sua Roma a Bergamo. Colui che l’ha pronunciata: il mai banale Luciano Spalletti per strigliare i suoi, colpevoli di essersi arresi per la terza volta in campionato all’Atleti Azzurri d’Italia (una sconfitta che, con il senno del poi, ci poteva anche stare dato che a Bergamo non hanno trionfato nemmeno Juventus e Napoli). E questa è solo una tra le frasi iconiche di Spalletti. Eclettico e diretto nel pronunciarsi sulle più disparate questioni, andare ad una sua conferenza per i giornalisti è come assistere a uno spettacolo teatrale, di cui il toscano è l’indiscusso regista.

Spalletti - Fonte immagine: Riccardo Cotumaccio
Spalletti – Fonte immagine: Riccardo Cotumaccio
Tornato ormai da 16 mesi nella sua seconda casa (la prima si trova a Certaldo, in provincia di Firenze), Spalletti ha compiuto passi da gigante tirando fuori la Roma da una situazione difficile. Gli ultimi mesi di Garcia gli hanno consegnato una squadra confusa, poco compatta cui l’ex Zenit ha trasmesso i suoi valori per reagire con forza e umiltà. Questi sono alcuni dei meriti di Spalletti, che ovviamente ha anche compiuto degli errori nell’arco di questo anno e mezzo giallorosso. Errori che hanno pesato e che quest’anno hanno condizionato una stagione, ma di quelli parleremo alla fine. Ora concentriamoci sui motivi – e siamo sicuri che ne troveremo almeno 7 – del perché Luciano Spalletti dovrebbe continuare a guidare la Roma in futuro.

 

1. RICOMINCIARE CON CHI?

Sono tanti gli allenatori che hanno succeduto Spalletti dopo l’addio nel 2010. Esattamente 6 in altrettanti anni, fino dunque al 2016, quando il tecnico toscano è stato chiamato per sostituire Rudi Garcia (tra i 6 quello rimasto più a lungo). Chi esonerato, chi dimesso, chi non all’altezza di guidare la squadra a lungo, nessuno di loro a Roma è riuscito a lasciare il segno (a vincere trofei). Basti pensare che negli ultimi 6 anni la Juve ha cambiato 2 allenatori, Conte e Allegri, e il secondo ha rinnovato nella stagione corrente.

Una sola stagione a volte è troppo poco per giudicare l’operato di un allenatore. Si è visto con Garcia, che dopo due stagioni e mezzo aveva perso l’euforia e lo slancio iniziale e non avrebbe potuto continuare a sedere sulla panchina della Roma. Luciano Spalletti, che ad ora è il secondo tecnico con più stagioni alla guida della squadra giallorossa (7), dopo Liedholm (12), può essere l’uomo giusto per non interrompere e sostituire di nuovo, per poi ricominciare da capo.

E ricominciare con chi? Di Francesco, Montella, Mancini, Emery? Questi, più o meno, i nomi accostati alla panchina della Roma per il dopo Spalletti. Tutti allenatori molto preparati, gli ultimi due più vincenti dei primi, che comunque in Serie A hanno dimostrato il loro valore. Superiori però a Spalletti? In grado di fare meglio del tecnico toscano in una piazza nuova? Forse è pericoloso dirlo prima della conclusione della stagione e della sessione estiva di calciomercato, ma la squadra giallorossa non farebbe il salto di qualità che le serve con i suddetti tecnici. Nel futuro della Roma vediamo ancora bene Spalletti, con i suoi difetti e i suoi pregi, determinato (con un Monchi in più) a gioire nuovamente con quella che un po’, è la sua Roma.

 

2. EVOLVERSI

Un allenatore che non sa evolversi tatticamente ha vita breve. Garcia, Luis Enrique e Zeman sono esempi lampanti di come a Roma non sono stati in grado di cambiare e innovare quando le cose si sono messe male. Spalletti no, in questa stagione e mezzo alla guida dei giallorossi ha dimostrato di essere favorevole al cambiamento e non ha esitato a sperimentare nuovi sistemi di gioco, che hanno il più delle volte rilanciato la Roma.

Arrivato a gennaio 2016, dopo 3 partite ha capito che alla Roma serviva un cambio di marcia per salvare la stagione. Cambio di modulo con Dzeko in panchina e Perotti al centro del tridente. Un 4-3-3 con l’argentino falso nueve, funzionale per sfruttare la velocità dei due compagni di reparto El Shaarawy e Salah, e per dare qualità alla manovra offensiva. Mettere Edin Dzeko fuori lo scorso anno può sembrare una mossa non coraggiosa data la sfortunata stagione del bosniaco, ma il numero 9 era un calciatore su cui la Roma aveva puntato e investito tanto, trovatosi solo in difficoltà alla sua prima stagione in Italia.

Spalletti infatti non lo ha messo da parte, riportandolo al centro dell’attacco appena ha potuto. Nuova stagione, nuovo modulo. Un 4-2-3-1 che ha dato nuova linfa alle offensive della Roma con un Edin Dzeko ritrovato e autore di una stagione al di sopra delle aspettative (sono 35 i gol e 11 gli assist a 4 giornate dalla fine). I giallorossi però hanno bisogno di qualcosa di nuovo già nella sosta natalizia e quindi Luciano Spalletti cambia ancora: difesa a 3 composta da Manolas, Fazio e Rudiger, la scoperta del vero Emerson Palmieri sulla sinistra e l’avanzamento di Nainggolan (di cui parleremo dopo) nel tridente. 3-4 sistemi di gioco a disposizione in una stagione sono decisamente un’arma in più ed esaltano la differenza tra un allenatore capace di evolversi e uno refrattario al cambiamento. E per riprendere l’emblema dell’evoluzionismo:

“Non è la più forte delle specie che sopravvive, né la più intelligente, ma quella più reattiva ai cambiamenti.” (Darwin)

 

3. INTUIZIONE NAINGGOLAN

E tra le diverse intuizioni avute da Spalletti in questi 15 mesi, ce ne è una che si è rivelata azzeccatissima: spostare Nainggolan 20-30 metri più avanti. Che il nazionale belga fosse uno dei centrocampisti più forti della Serie A (se non il più forte), lo sapevamo già dalla scorsa stagione. Lo può confermare forse Conte, che in estate lo ha cercato fortemente e, dopo l’ennesimo no del numero 4 giallorosso, ha scelto per fortuna (del Chelsea e della Roma) di virare su Kanté.

Nelle sue prime stagioni in giallorosso, ma anche con le maglie di Cagliari e Belgio, Radja Nainggolan è stato sempre utilizzato in mediana, preferibilmente come intermedio di centrocampo. Da mezz’ala il belga si è fatto le ossa in Serie A, abbinando la sua buona tecnica ai giusti tempi d’inserimento e un filtro in cui eccelle nel suo ruolo. A capire però come migliorare ancora il ninja è stato Luciano Spalletti. Prima lo ha posizionato dietro Dzeko, centrale nella linea dei trequartisti; poi, passando al 3-4-2-1, il tecnico toscano non ha esitato a posizionarlo in quei 2 che supportano il bomber bosniaco. A fare coppia con lui si sono alternati spesso Salah, Perotti ed El Shaarawy, con il belga così inamovibile da giocare quasi tutte le partite.

Abbiamo scelto questo nella doppietta del Ninja a San Siro, dove la Roma si è imposta 3-1!

 

Nainggolan ha sposato subito il suo nuovo ruolo, sacrificando la fase d’impostazione (nella quale non eccelle) e scoprendosi molto prolifico. Nei 15 mesi di gestione spallettiana ha realizzato 19 reti, un bottino più che modesto alla prima da “attaccante”.

4. DE ROSSI 2.0

Finalmente Daniele De Rossi, un nuovo Daniele De Rossi. A 33 anni la carriera può cominciare un lento declino che conduce all’affissione degli scarpini al chiodo, oppure può diventare l’apice se il fisico sta bene e si hanno 10 in anni in più di maturità.

Daniele De Rossi sta bene, si vede e l’ha detto anche lui in una bellissima intervista a RivistaUndici. Il numero 16 della Roma, simbolo della romanità, come ci ha svelato poco fa Monchi, dalla prossima stagione non sarà più Capitan Futuro. Poco importa perché il nazionale si sente capitano già da un bel po’ e avere o non avere la fascia al braccio non conta nulla perché “io credo che si possa essere capitani anche senza indossare la fascia. E, soprattutto, puoi essere un grande capitano anche da vice”.

La folta barba sul viso di Daniele c’è già da qualche anno e non basta per mostrare la maturità di un calciatore consapevole e soddisfatto di essere diverso dal passato:“Se fossi lo stesso di quando avevo 25-26 anni mi preoccuperei, anche se ero un ottimo giocatore, diverso da adesso. Non so quanto migliore o peggiore, perché ero proprio un giocatore diverso. Più esplosivo. Ma sicuramente ora molto più lucido e con molta più qualità.”

L’assist di Daniele in Napoli-Roma 1-3!

La consapevolezza di avere una qualità superiore alla media, di saper “far correre bene” il pallone, di dettare i tempi dalla cabina di regia hanno permesso a De Rossi di approcciarsi al suo ruolo in modo diverso. Abbandonata la foga di un tempo, rimangono i soliti interventi tra i due centrali di difesa e subentra una qualità nelle giocate (molte di prima) che gli hanno finora fruttato ben 6 assist (non ne faceva così tanti da 7 stagioni). Sul rapporto con Spalletti vi lasciamo leggere le sue parole riguardo il tecnico toscano:” E’ stato l’allenatore che mi ha condizionato di più. Quello che ho avuto per più tempo. Mi ha preso che ero giovanissimo. Oggi mi rendo conto che quando lo sento parlare di un giocatore, di una situazione, di un movimento, io ho pensato la stessa cosa un’ora prima. Ho cominciato a vedere il calcio con gli occhi di questo allenatore. Ed è un bel vedere. Al di là di cosa farò io, al di là che a volte ha un carattere difficile, la Roma dovrebbe fare di tutto per trattenerlo perché sarà più forte.”

*Tutti gli estratti in corsivo sono stati presi dall’intervista di Giuseppe De Bellis a Daniele De Rossi per RivistaUndici

 

5. UN AMBIENTE FAMILIARE

7 stagioni a Trigoria non sono poche. In 7 anni diventi una persona familiare, inizi a conoscere lo  staff, i magazzinieri che non cambiano, coloro che lavorano al bar o in cucina. Non sei diciamo uno di passaggio, ma inizi a diventare una persona di famiglia. E a Trigoria la nuova dirigenza, De Rossi e anche Totti crediamo, vorrebbero che Spalletti rimanesse alla guida della Roma. Magari per raggiungere il record di panchine di Nils Liedholm, sicuramente per tornare a giocare i quarti di finale di Champions League ed alzare un qualche trofeo (che mancano dalla sua prima gestione).

Spalletti con la Roma ha già disputato 6 finali, vincendone 3. La determinazione che ha mostrato finora è maggiore rispetto a quella dei predecessori. Il teatrino di cui parlavamo all’inizio, lo ha portato ad esclamare più volte la frase Se non vinco me ne vado”, forse pronunciata senza ragionare troppo, che lo ha tormentato e sicuramente ha contribuito ad alzare questo polverone sul suo futuro. Una frase però coraggiosa, che per essere rispettata può trasformarsi in “Se non vinco me ne vado, ma mettetemi nelle condizioni di vincere”. Non crediamo certo che gli allenatori possano sedere su una panchina per un tempo infinito (stile Ferguson, Wenger), quell’epoca è terminata. Ma siamo convinti che il tempo di Luciano Spalletti non sia esaurito e sia lui sia la Roma dovranno fare uno sforzo per continuare questo cammino insieme.

 

6. LA “ILUSIÓN” DI MONCHI

Il termine ilusión in spagnolo può estendersi a diversi significati. Nella conferenza stampa di presentazione di Monchi dello scorso 3 maggio, il nuovo DS della Roma ha abusato di questa parola per enfatizzare l’entusiasmo e la voglia che ha di cominciare la sua nuova avventura giallorossa. E, non ce ne stupiamo, l’abbia utilizzata anche riguardo a Spalletti, spendendo per il toscano dolci parole: “Vi voglio raccontare un segreto: la prima volta che sono stato contattato dalla Roma, quella notte, ragionando sui pro e i contro, tra i contro l’unica cosa che era complicato lasciare Siviglia. I pro erano diversi: uno di questi era Spalletti perché avevo voglia ed entusiasmo di lavorare con lui. E’ un allenatore molto importante.”

Monchi è forse arrivato nella settimana più difficile della Roma, uscita molto ferita dalla sconfitta nel derby. Però subito ha confermato di voler cominciare con l’attuale tecnico, che considera un allenatore molto importante (quindi al pari del suo “parigino” Emery, osiamo dire). Chissà se riusciremo mai a scoprire cosa Monchi e Spalletti combinerebbero insieme, sicuramente possiamo riflettere che un fattore negativo di questa stagione è stato la costruzione di una rosa inadatta. Forse sarebbero serviti quei calciatori a cui si riferisce il nuovo DS secondo cui “l‘obiettivo è comprare calciatori forti e con fame di vincere poi è uguale che abbiano 19 o 28 anni.” 

L’altro obiettivo è ovviamente lo stesso di Luciano Spalletti e alla domanda sull’esistenza di calciatori incedibili, Monchi risponde così: “la risposta tipo che insegnano i manuali è che dovrei dire che esistono incedibili. Personalmente non lo credo che ci siano: ci sono giocatori importanti e meno. La Roma non deve vendere calciatori: analizzerà tutte le offerte che arriveranno in termini economici e sportivi e le valuterà. La Roma non ha un cartello un cartello al collo con scritto “si vende”, ne esiste uno con scritto “si vince”. 

 

7. SBAGLIARE

Vi avevamo promesso che avremmo parlato anche degli errori compiuti da Spalletti in questa stagione e lo faremo, ma  in un’ottica diversa. Perché agli errori si può reagire in due modi: o si impara o si continua a sbagliare. La Roma in questi 15 mesi ha commesso tanti errori, sul mercato, sul campo, a livello societario. Quello che compete a Spalletti è ovviamente il campo, dove le difficoltà delle Roma sono emerse negli scontri diretti dentro-fuori nelle coppe e nelle trasferte difficili di A.

I problemi della Roma sono stati evidenti con Lione e Lazio, partite in cui Spalletti ha totalmente sbagliato l’approccio alle gare, non trovando nemmeno una volta la chiave per vincere la partita e assumendosi giustamente le colpe del mancato passaggio del turno. Il minimo, potreste dire, per un allenatore che ha fallito in quasi tutte le competizioni. E avreste ragione, ma dopo l’assunzione della colpa cosa c’è? Il tentativo di cambiare le cose, e se Spalletti non ci è riuscito finora, abbiamo fiducia che ci riuscirà a breve perché per riprendere le parole di un vecchio romano

Chiunque può sbagliare; ma nessuno, se non è uno sciocco, persevera nell’errore. (Cicerone)

E Spalletti non è uno sciocco…