Esclusiva-Legrottaglie: “Cassano deve guardare dentro di sé. Nessun rancore verso Lippi”

Per diversi anni è stato un punto di riferimento per la retroguardia bianconera, tanto da guadagnarsi più volte il posto in Nazionale. Nicola Legrottaglie, primo italiano ad entrare nell’associazione degli “Atleti di Cristo”, ha intrapreso da poco la carriera di allenatore, confessando grandi aspirazioni. Legrottaglie si è concesso ad un’intervista in esclusiva a Soccermagazine trattando diversi temi relativi al suo vissuto da giocatore, al calcio di oggi e al suo rapporto con la fede.

Legrottaglie - Fonte immagine: ADRIANO BARTOLOMEO, Youtube
Legrottaglie – Fonte immagine: ADRIANO BARTOLOMEO, Youtube

Ormai sono già due anni che hai concluso la carriera da calciatore. Pur continuando a calcare i campi da allenatore, sei riuscito a trovare maggiore spazio per dedicarti alla fede?
Ovvio, la fede mi accompagna giorno per giorno, quindi al di là di quello che uno fa nel lavoro quotidiano la fede è un compagno di viaggio. Diciamo che i principi della fede ti aiutano e te li puoi portare ovunque, sia quando lavori sia quando vai in vacanza. Non ho mai fatto differenza tra lavoro e fede: sono due cose che camminano e sono complementari.

Nel calcio attuale ci si lamenta per l’assenza di difensori che marchino a uomo. Una volta Lippi dichiarò che gli ultimi rimasti erano Ferrara e Cannavaro. Come spieghi questa involuzione del ruolo?
Mah, non c’è un’involuzione del ruolo. Io credo che alla fine le esigenze di fare un calcio più propositivo e anche più “bello” – tra virgolette – abbia portato a scegliere in alcune zone di campo alcuni giocatori con alcune caratteristiche, quindi non è una questione di marcatore puro o non puro: anche quando marcavano a uomo si prendeva sempre goal, alla fine non è che le partite finivano 0-0. Secondo me alla fine è un modo di dire più che altro e credo che oggi il calcio stia andando verso un altro obiettivo, che è quello di fare bel calcio, di vedere giocate diverse rispetto a prima. Solo quello è stato il cambiamento.

Nel 2012 Buffon ha dedicato il primo scudetto di Conte anche a coloro che avevano rappresentato la Juventus in Serie B. Considerando i tanti anni trascorsi in bianconero, ritieni di aver contribuito in qualche modo alla successiva rinascita della “Vecchia Signora”?
Assolutamente sì. Quando si fa un palazzo di solito la gente guarda alla fine del palazzo, ammira la bellezza finale, ma prima di ammirare il design finale credo che ci sia stato anche un momento in cui c’erano solo le fondamenta, dove era tutto vuoto, dove era tutto grezzo. Noi rappresentiamo quel grezzo lì, quindi abbiamo contribuito alla realizzazione di quel palazzo. Sono d’accordo con Buffon e lo ringrazio per quello che ha detto.

Negli ultimi anni le principali antagoniste della Juve sono diventate la Roma e il Napoli: quale ti impressiona di più tra le due?
In questo momento solo il Napoli perché ha dimostrato di avere continuità nel progetto ed è da anni che De Laurentiis sta lavorando e ha fatto un ottimo lavoro, considerando che ha preso il Napoli in Serie C e l’ha portato ad un livello altissimo, quindi complimenti a De Laurentiis che ha fatto un ottimo lavoro. Oggi come oggi il Napoli è una delle squadre che gioca il miglior calcio. A me ha impressionato di più il Napoli.

Durante la militanza al Milan hai avuto modo di conoscere a fondo Cassano: tu che hai ottenuto uno scoppiettante finale di carriera a Catania, che consiglio daresti oggi ad Antonio per non avere ulteriori rimpianti prima di lasciare il calcio?
Di guardare dentro di sé. Ognuno di noi ha la risposta nell’interiore, quindi di guardarsi dentro e capire che cosa lo può far sentire meglio. Credo che quello sia importante, ma anche per una crescita personale sua come persona, al di là di quanto giocherà ancora, per come vorrà poi utilizzare questo tempo per il suo futuro, per la sua crescita come uomo. Io ho sempre detto a lui di guardare a quello perché quando ho iniziato a farlo io ho visto che le cose intorno a me sono cambiate perché ero cambiato dentro io, quindi è inutile aspettarsi dagli altri il nostro cambiamento: siamo noi che dobbiamo cambiare per vedere poi il cambiamento intorno a noi.

Nel 2009 hai partecipato al tuo unico torneo con la Nazionale, la Confederations Cup. Allora l’Italia era anche campione del mondo. Quali differenze hai notato tra il clima dello spogliatoio di grandi club come Juve e Milan e quello dello spogliatoio azzurro in una manifestazione ufficiale?
Le dinamiche sono le stesse, non cambiano le dinamiche di spogliatoio, di squadra, di organizzazione e di preparazione. Alla fine parliamo della stessa pasta, solo che cambia la provenienza: ognuno porta con sé le proprie esperienze di club e la Nazionale è un bellissimo momento di condivisione perché fa crescere, perché devi comunque confrontarti con le idee degli altri e cercare di farle andare bene per contribuire all’obiettivo comune con un successo. La Nazionale è un modo importante per poter far crescere i ragazzi e soprattutto limarli nel carattere, limarli nella professionalità, tutti questi principi che ti rendono un grande giocatore. A me è piaciuto molto l’ambiente della Nazionale perché si respira un’aria familiare.

Nel 2010 sei stato forse l’azzurro che ci è rimasto più male per l’esclusione dal Mondiale: a distanza di anni, ti senti di poter dire che anche altre scelte si rivelarono sbagliate in Sudafrica?
Non posso negare di essere stato un pochettino trattato – tra virgolette – con “superficialità” in quel momento, vista la mia età, vista la mia esperienza. A 34 anni era la mia ultima possibilità di fare un Mondiale dopo che l’avevo – tra virgolette – “guadagnato” sul campo, avendo giocato titolare un sacco di partite nelle qualificazioni. Un po’ ci sono rimasto male, ma a livello professionale solamente; a livello umano non ho mai avuto nessun rancore o risentimento verso Lippi, anzi è una persona che continuerò a ringraziare e a stimare come tecnico e come uomo, perché comunque con me è stato sempre onesto: mi ha detto la verità e quindi per me quando si dice la verità bisogna rispettare le scelte degli altri. Credo che poi la mia presenza non è che avrebbe cambiato l’andamento del Mondiale, però diciamo che umanamente parlando e personalmente parlando avrei preferito essere lì, in quella spedizione.

Spesso hai sottolineato che la figura del ct dovrebbe selezionare il meglio che c’è al momento e non programmare troppo il futuro: c’è un giocatore finora mai convocato che ti piacerebbe vedere in azzurro?
Mai convocato? Faccio fatica oggi a pensare che qualcuno che merita non sia mai stato convocato. Credo che siano sempre state fatte delle scelte sagge. Forse l’ultima su Berardi, ovviamente non ero d’accordo, perché se la Nazionale è l’espressione del momento, è il premio per chi gioca bene, per chi si comporta bene, è giusto convocare quei ragazzi che stanno facendo la differenza, quindi credo che l’unico possa essere Berardi, considerando la Nazionale di adesso.

I calciatori vengono visti tutti come privilegiati e tu lo sei stato in particolar modo considerando la carriera non indifferente che abbiamo appena ricordato: come si fa a conciliare la fede con la popolarità estrema di un giocatore che viene divinizzato dalla gente comune?
Come si fa? Devi permettere alla fede di cambiarti. Devi permettere alla fede di togliere dentro di te tutto quello che hai vissuto in questo mondo finto, perché alla fine noi viviamo in un mondo abbastanza finto dove le realtà sono altre, quindi quando poi non ti rendi conto che devi cambiare, che devi riordinare un po’ di cose che per te poi sono diventate normali, vai in crisi, quindi quando smetti passi dei momenti difficili e se non vi sei preparato rischi di fare il botto. Il mio consiglio è quello di prepararsi già durante la carriera di un calciatore per il cambiamento che poi avverrà quando si smette e le luci si spengono, quindi un cambiamento soprattutto interiore di abitudini, imprese, che il mondo in cui hai vissuto ti ha inculcato, pur non avendo tanta colpa.

Spesso i giocatori vengono sorpresi a farsi il segno della croce solo per scaramanzia o addirittura ad imprecare: hai mai affrontato l’argomento dal vivo con alcuni di loro?
No, io ho sempre affrontato l’argomento con persone che ne volevano parlare. Non posso mai giudicare chi fa il segno della croce né tanto altro. A me sta solamente essere un esempio io, poi quello che fanno gli altri non mi può interessare perché uno si difende da solo, non ha bisogno che io lo difenda. So che appena qualcuno ha bisogno di conoscere di più il Signore tramite un’esperienza di vita io devo essere lì pronto ad aiutarlo, a me quello è sempre interessato.

Durante l’esperienza all’Akragas hai fornito un bel segno di umiltà facendo imbiancare lo stadio ai tuoi giocatori: desidereresti allenare un giorno in Serie A anche solo per essere ancora più facilmente d’esempio, come hai appena detto?
Ma il mio obiettivo è allenare in Serie A, quindi sto lavorando per quello, però non voglio bruciare le tappe. Voglio arrivare con piena maturità, con la giusta esperienza. Sicuramente la Serie A può essere una visibilità ancora più grande per comunicare determinati principi, perché io ho sempre detto che il mio desiderio è quello di comunicare dei principi, dei valori che i giovani devono ascoltare oggi. Devono essere sensibili a questo e quello sarà sempre il mio obiettivo, oltre che fare anche l’allenatore.

Oggi i giovani talenti comprano macchinoni ancora prima di prendere la patente, mentre il tuo primo sfizio fu un semplice telefonino. Almeno una domanda antipatica dobbiamo fartela: com’è cambiato il tuo rapporto col denaro?
Grazie a Dio ho sempre avuto molto equilibrio. Grazie a Dio ho sempre avuto alle spalle una famiglia che mi ha insegnato il valore dei soldi, perché i miei lavoravano, ma lavorava solo mio padre, quindi ha portato avanti un’intera famiglia con un solo stipendio e sono cresciuto con l’esempio di persone che hanno lavorato e hanno dato un senso, un valore ai soldi. Per me è stato un pochettino più facile, però quando ho iniziato a guadagnare tanti soldi a quell’età, mi son reso conto che questo è un vortice che ti prende e qui bisogna stare molto attenti. Oggi non è cambiato il mio valore dei soldi perché ho ancora quell’equilibrio lì, perché ho fatto il mio percorso di vita, però capisco che anche tanti giovani che oggi fanno delle scelte veramente disordinate, che a volte per apparire, perché vogliono apparire perché vogliono seguire le mode di questo mondo, di questa società, rischiano veramente di farsi male. Quindi consiglierei loro di non fare il passo più lungo della gamba, ma di fare le cose solo quando è possibile farle, e non per apparire o per dimostrare agli altri di essere più di quello che si è.

Sicuramente in tanti anni di carriera avrai notato anche comportamenti disdicevoli in alcuni tuoi compagni: è più difficile correggere un giovane che sbaglia anche perché trascinato dall’entusiasmo o far redimere un top player dal carattere scorbutico?
Il giovane ovviamente può ancora essere aiutato a cambiare nel momento in cui sta crescendo. Il top player vive con un sacco di orgoglio e l’orgoglio aumenta quando arrivi lì, e quindi il potere, quello mediatico e quello economico, non ti fa vedere le cose in maniera reale. E’ molto più difficile con un top player che con uno nuovo.

Nicola, un uomo come te ha tanti messaggi da lanciare: come mai non ti fai sentire anche attraverso i social?
Ho preferito rimanere un pochettino – tra virgolette – “nell’anonimato” a livello dei social, perché i social devi saperli usare, devi gestirli in una certa maniera, quindi ho detto: “Fino a quando non sono pronto per farlo non lo faccio”. Anche se so che è fondamentale, importante usarli per comunicare dei valori, dei principi, ma non è detto che in futuro non possa usarli per continuare il mio lavoro.

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