Esclusiva-Marelli: “Sudditanza? C’è chi non crede all’uomo sulla Luna”

Luca Marelli ha parlato ai microfoni di Soccermagazine riguardo al suo presente da opinionista e alla situazione arbitrale attuale

Arbitro professionista fino al 2008, con un fischietto appeso al chiodo dopo aver diretto in Serie A e soprattutto in Serie B, l’avvocato Luca Marelli rappresenta una delle figure di riferimento per molti appassionati di calcio che ogni settimana si recano sul suo blog per le analisi degli episodi controversi delle partite di campionato appena concluse. Marelli ha rilasciato un’intervista in esclusiva a Soccermagazine parlando dunque di diversi argomenti legati al calcio italiano.

Luca Marelli
L’ex arbitro Luca Marelli – Fonte immagine: Luca Marelli, Facebook
I Suoi articoli riassuntivi sulla moviola della giornata calcistica stanno riscontrando un grande successo sui social, ma non poche polemiche da alcuni addetti ai lavori. Quanto influisce agli occhi degli altri il fatto di essere un ex arbitro?
È vero e devo essere onesto: non mi aspettavo un riscontro del genere. Al di là dei numeri (molto superiori al previsto ma di cui, per ora, mi interessa relativamente), quel che mi soddisfa particolarmente è la partecipazione alla discussione sugli episodi da parte degli utenti, spesso tifosi che mi chiedono delucidazioni sul Regolamento più che sull’avvenimento specifico. Ciò significa che tante persone, giovani e meno, hanno il desiderio di osservare il loro sport preferito comprendendo a fondo le regole: si rendono conto di avere delle lacune e, per godere al meglio di quel che seguono, cercano di capire a fondo alcuni particolari che non gli sono chiari. Per fare un esempio: vedere un film in lingua originale è molto meglio rispetto ad un film doppiato. Se il film è in inglese e la conoscenza della lingua parziale, godersi a fondo lo spettacolo non è possibile. Lo stesso vale per il calcio, che sembra una sport facile ma, in realtà, è maledettamente complesso. Certamente ha un suo peso il fatto di essere arrivato ai vertici del calcio (sebbene per un tempo limitato) ma è anche vero che conquistare l’attenzione delle persone non è per niente facile. Nell’era dei social ci sono due vie per acquistare fiducia: raccontare quel che una certa “fetta” di pubblico vuol leggere (fidelizzando solo una parte ben identificata, spesso diffondendo balle o notizie parziali), oppure informare. Ho scelto di informare, ben consapevole che, a seconda degli episodi, sarei diventato tifoso di questa o quella squadra a settimane alterne. Alla fine è anche divertente, sebbene debba ammettere che, fino ad oggi, non mi hanno ancora accusato di essere tifoso del Sassuolo o del Frosinone: vedrò di porre rimedio a questa lacuna…

Quanto è importante poter mettere nero su bianco i casi di cui tutti discutiamo, alla luce del regolamento e della Sua esperienza?
È importante ma non fondamentale. Ci sono decine di ex arbitri che, periodicamente, compaiono qua e là. Aver arbitrato è importante perché consente di giudicare gli episodi con la sensibilità acquisita sul campo ma ciò che ritengo fondamentale in questo periodo è approfondire quel che accade partendo dal regolamento che spesso viene abusato anche da addetti ai lavori e presunti esperti che letteralmente inventano regole per sostenere le proprie tesi. Il mio scopo non è convincere: il mio scopo è fornire elementi di valutazione sui quali si può e si deve discutere serenamente. Certo ci sono dei limiti: pensare (per esempio) che il rigore di Milan-Juventus sia sbagliato non sta né in cielo né in terra: discussioni su elementi certi non le affronto nemmeno, sono una inutile perdita di tempo.

Come mai, secondo Lei, gli arbitri non seguono quasi mai il regolamento su bestemmie e cori di discriminazione territoriale (esempio più ricorrente quello riguardante Napoli)?
Sono due concetti totalmente differenti: il primo è competenza degli arbitri, il secondo no. Le gare possono essere sospese per cori razzisti o di altro tipo sulla base della percezione generale e, in ogni caso, su indicazione del responsabile della pubblica sicurezza presente presso l’impianto. Per quanto mi concerne e per quanto sia molto sensibile sul tema, toglierei qualsiasi responsabilità in tal ambito agli arbitri, trattandosi di episodi che si concretizzano al di fuori del terreno di gioco. Ogni settimana vengono inviati sui vari campi decine di persone tra commissari di campo e della federazione, forze dell’ordine e dirigenti: dovrebbe essere compito esclusivamente di questi soggetti l’ordine pubblico. Per quanto riguarda le bestemmie, inutile girarci attorno: è un malcostume italiano che dipende dalla cultura. La bestemmia è forse la più antipatica delle espressioni (e lo dico nonostante sia totalmente, completamente, coscientemente e felicemente ateo) ma dobbiamo calarci nella “realtà del campo”: se un arbitro dovesse espellere qualsiasi giocatore alla prima espressione blasfema, le partite durerebbero 20 minuti al massimo per poi essere sospese per mancanza del numero legale minimo di calciatori.

In passato alcuni presidenti hanno chiesto a gran voce che anche gli arbitri si dedicassero alle interviste nel post-partita. Perché questo non avviene?
Perché torniamo al concetto espresso per le bestemmie (sebbene sotto un altro aspetto): manca la cultura dello sport mentre, al contrario, esiste fin troppa cultura del sospetto. Che gli arbitri debbano parlare subito dopo la partita è del tutto escluso: ciò significherebbe sottoporli alla gogna mediatica di chi, a differenza loro, ha potuto rivedere le immagini cinquanta volte. Sarebbe un tiro al piccione, non uno scambio di opinioni, soprattutto in un periodo nel quale i giornalisti tifosi sono in maggioranza (altro grave problema generato dai social: ma è un discorso amplissimo che non possiamo affrontare adesso). Gli arbitri, prima o poi, si apriranno alle telecamere ma scordiamoci che ciò possa avvenire (perlomeno nel breve periodo) nel dopo partita. A mio parere la dirigenza dell’AIA non ha mai ben compreso l’importanza della comunicazione: è paradossale, per esempio, che il Presidente dell’associazione intervenga ovunque senza mai parlare di tecnica arbitrale in generale o di Regolamento, ma sempre per autoincensarsi, per compiere opera di autoreferenzialità dell’associazione, per parlare di politica federale, in certi casi addirittura per giudicare gli episodi di campionato (che dovrebbe essere responsabilità esclusiva di Rizzoli e degli altri responsabili tecnici delle varie CAN). Se fossi il responsabile dell’AIA, comincerei a lasciar liberi gli arbitri di parlare dopo le decisione del giudice sportivo, in ambienti tranquilli e con interviste dirette tra giornalista ed arbitro. Insomma, inizierei con calma, perlomeno per cominciare ad osservare la reazione del pubblico.

Negli anni si è parlato tanto del sospetto della sudditanza psicologica di cui soffrirebbero alcuni fischietti, ma alla fine è vero che qualche arbitro possa sentirsi condizionato nel dirigere squadre blasonate come la Juventus?
Sinceramente è una considerazione a cui mi sono anche stufato di rispondere. L’ho detto in mille circostanze e lo ripeto: la sudditanza psicologica è una colossale sciocchezza teorizzata da qualcuno e sostenuta da chi voglia pensare che le grandi squadre siano aiutate dagli arbitri. Il dramma vero non è tanto nel fatto che il pubblico creda a questa assurdità. Il dramma vero è che il pubblico ci crede anche perché esistono alcuni (pochissimi) ex arbitri che sostengono questa teoria fanciullesca. In campo si arbitra, si azzeccano le decisioni, si commettono errori. Nulla di più. Se poi si vuol credere a certe teorie, non ci posso far nulla. D’altronde ci sono persone che credono che i vaccini facciano male o che l’uomo non sia andato sulla Luna…

Si ringrazia il sig. Luca Marelli per la cortese disponibilità.

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Alessandro Davani

Alessandro Davani

Giovane giornalista alle prime armi. Amo cucinare, ascoltare musica ed il calcio. Seguo anche il Motomondiale, la F1, i Lakers (e l'NBA in generale) ed il rugby.