José Mourinho: storia di un “vanitoso di primo grado”

Lunedì sera, in un clima quasi surreale, José Mourinho ha incassato la sconfitta casalinga più pesante dal suo insediamento sulla panchina del Manchester United; con un secco 0-3 che ha l’odore di un addio. Una serata difficilissima per il portoghese, tra sentori di esonero e quel “You’re not special anymore” cantato a squarciagola dai sostenitori degli Spurs. Siamo alle battute finali? Probabilmente sì. Tuttavia, spesso e volentieri, i grandi scrivono la storia proprio quando si trovano a un passo dal baratro: e, a nostro modesto parere, al personaggio in questione un posto negli annali spetta di diritto.

José Mourinho (Fonte: Ronnie Macdonald, Flickr.com)
José Mourinho (Fonte: Ronnie Macdonald, Flickr.com)

Rispetto per Mou – Rispetto. È questa la parola che José Mourinho ha evocato in conferenza stampa, nei momenti immediatamente successivi la tremenda batosta che il Totthenam di Maurizio Pochettino ha inflitto ai Red Devils davanti ad un Old Trafford sbigottito. Rispetto per la sua storia professionale, per il suo palmares infinito, per i record che è riuscito a infrangere. Rispetto perché, parafrasando le sue parole, ha vinto più Premier League lui che tutti gli altri diciannove allenatori insieme. E, a ben vedere, di motivi per esigere rispetto, lo Special One ne ha parecchi: Mourinho è l’unico allenatore che ha vinto più di una volta sia la Coppa dei Campioni/UEFA Champions League csia la Coppa UEFA/UEFA Europa League; è appena il terzo allenatore ad aver vinto più di una volta più di una competizione UEFA dopo Nereo Rocco e Sir Alex Ferguson; è il terzo allenatore che ha vinto la Coppa UEFA/UEFA Europa League con due squadre diverse: gli altri sono Giovanni Trapattoni (Inter 1977, Juventus 1991, 1993) e Rafael Benítez (Valencia 2004, Chelsea 2013); ha fatto incetta di titoli ponendosi alla testa di cinque squadre diverse, ed è il settimo allenatore al mondo per trofei finti (23), davanti al rivale per antonomasia Pep Guardiola (21), a pari merito con Giovanni Trapattoni e dietro Ottmar Hitzfeld (25), Jock Stein (25), Valery Lobanovsky (27), Mircea Lucescu (34) e il capolista, un certo  Sir Alex Ferguson (49). Si tratta di numeri che prescindono da qualsiasi considerazione concernente la simpatia, l’antipatia, l’adulazione o il rancore: sono incontestabili.

Ergo: parlano i fatti.

Un vanitoso di primo grado – Non basterebbero interi seminari di storytelling o integrali selezioni letterarie a sviscerare tutte le sfaccettature che connotano l’antieroe José Mourinho; tuttavia, possiamo provarci: nel suo romanzo d’esordio, “La scopa del sistema” (1987), lo scrittore statunitense David Foster Wallace ha esplicitato un concetto destinato a divenire celebre: ci riferiamo alla cosiddetta “vanità di secondo grado”.

Una persona affetta da vanità di secondo grado è una persona vanitosa che, tuttavia, si preoccupa di sembrare totalmente priva di vanità, talmente consapevole della propria superbia da volerla celare ad ogni costo. Un individuo che, pur di nascondere la propria boria, sarebbe disposto a tutto, poiché subirebbe un trauma profondo se terze persone venissero a conoscenza della sua enorme immodestia. Ebbene, José Mourinho non può essere ascritto a questa categoria, poiché incarna l’eccesso opposto: è assolutamente un vanitoso di primo grado. È fin troppo conscio di essere un pezzo da novanta, alle volte in maniera stucchevole, quasi caricaturale (non a caso, “Special One” è un epiteto che si è attribuito lui stesso, in maniera del tutto arbitraria, nel contesto della sua conferenza stampa di presentazione al Chelsea); stare sotto i riflettori lo compiace, conosce perfettamente l’importanza dei suoi traguardi, è fierissimo del proprio percorso professionale, e non perde occasione per ostentare il suo ricchissimo curriculum e il suo aplomb da Self Made Man, ancor meglio se questo sbandieramento avviene di fronte al più ampio pubblico possibile. In tal modo, ha buon gioco nell’attrarre l’attenzione mediatica sulla sua persona, preservando l’integrità dello spogliatoio e dei propri calciatori. Non è un mai stato un leader silenzioso, anzi, è sempre stato animato da un assoluto protagonismo. È il primo a riconoscere i propri meriti, a sfoggiarli alla stregua di diamanti preziosi, a presentarli come medaglie al valore incontestabili; tuttavia, allo stesso tempo, è sempre pronto a esporsi in prima persona in seguito a una sconfitta, a metterci la faccia; la maggior parte dei calciatori che ha allenato è rimasta infatuata dalla sua personalità e contagiata dal suo carisma: i suoi uomini, in campo, spesse volte per assecondare le sue esigenze hanno rinunciato a mettersi in mostra, sacrificandosi per il bene comune, combattendo in nome e per conto del collettivo (l’esempio più immediato è quello di Samuel Eto’o, nell’ambito della propria parentesi nerazzurra). Ha incassato tanto gli endorsement di calciatori del calibro di Cristiano Ronaldo, Sergio Ramos, Frankie Lampard, Zlatan Ibrahimovic e Javier Zanetti, quanto le critiche di illustri colleghi, come Pep Guardiola, Antonio Conte, Claudio Ranieri e quello che, negli ultimi anni, si è configurato come il suo nemico pubblico numero uno: Arsène Wenger.  Si è reso spesso fautore di dichiarazioni impopolari, uscite infelici, offese esplicite, quasi al limite della calunnia; ha diviso il pubblico in maniera netta e palese, senza alcun spazio per valutazioni ponderate o centriste (quando si dibatte di José Mourinho non sono contemplate le mezze misure, esistono solo gli estremi: o lo si ama alla follia, o lo si odia in maniera viscerale); è stato spesso bersaglio di feroci critiche, tra chi lo tacciava di eccessiva presunzione e chi lo definiva un sopravvalutato, smentendole puntualmente per mezzo dei fatti; talune espressioni da lui utilizzate sono entrate a far parte del lessico comune; agli occhi dei tifosi, ha assunto quasi sempre uno status vicino a quello delle divinità: piuttosto che amarlo, lo venerano; ed è proprio per questo che, quando disquisiamo del tecnico portoghese, non ci riferiamo ad un allenatore qualunque: parliamo di un personaggio di culto, capace di imprimere un segno profondo in tutte le realtà in cui è stato chiamato a misurarsi. Un protagonista assoluto della storia calcistica del nostro tempo, capace di travalicare l’ambito sportivo e invadere la sfera del costume: un simbolo che, nel bene o nel male, rimarrà iconico.

 

Eu te amo, José – A testimonianza del fatto che non si tratta di un allenatore che afferisce alla sfera dell’ordinario, basti pensare che, immediatamente dopo la conclusione della suddetta conferenza stampa, Mou si è recato davanti al pubblico dell’Old Trafford, quasi a voler chiedere perdono per una sconfitta tanto umiliante: i tifosi, nonostante la debacle casalinga cui avevano appena assistito, continuavano a cantare il suo nome. Come a dire: “è durato quel che è durato, ma sappi che è stato amore”.

Non è mai stato un esteta del calcio giocato, quanto piuttosto un pragmatico, un motivatore; non lo ricorderemo per la filosofia calcistica che è stato in grado di imprimere alle sue squadre. Non sentiremo parlare del “tiki taka di Mourinho”, ma semplicemente di Mourinho.

Ciò nonostante, un giorno non troppo lontano, sarà un piacere narrare ai più piccoli le gesta di quest’uomo intelligente, ambizioso, pragmatico, presuntuoso, politicamente scorretto e volutamente esagerato. La favola di quel signore perennemente elegante, all’apparenza freddo, dal pugno di ferro, senza sentimenti, ma capace di versare lacrime di gioia in mondovisione per la vittoria di una coppa.

Abbiamo detto che José Mourinho è un personaggio fortemente divisivo. Frammenta l’opinione pubblica in due poli: a un estremo l’affezione, l’attaccamento, il culto; all’altro l’odio, l’ostilità, il disprezzo.

Ebbene, ci permettiamo di parlare a nome del primo: Nos te amamos, José.