Roma, siamo ancora a settembre: è già tempo per parlare di “crisi”?

La sconfitta di Bologna si configura come uno spartiacque nell’ambito della storia recente del club capitolino; solo qualche mese fa, i giallorossi avevano rischiato di staccare il ticket per una clamorosa, a tratti utopistica, finale di Champions League: la pirotecnica remuntada con cui la Roma, in quella magica notte d’Aprile, era riuscita ad eliminare il Barcellona, imponendo il proprio gioco ai blaugrana e ribaltando le sorti di quello che sembrava un copione già scritto, rappresentava l’apoteosi della crescita d’una squadra sempre più matura e consapevole, in grado di stupire e di far male a chiunque, compresi avversari di livello europeo come Messi e compagni. Proprio in virtù di ciò, il difficile inizio di stagione (appena 5 punti in altrettante partite) e in particolare la pesante debacle di domenica pomeriggio, hanno stupito tanto gli addetti ai lavori quanto la stampa nostrana ed estera, dando inevitabilmente il via a numerose inchieste volte ad individuare i motivi di quella che, allo stato attuale, appare come l’anticamera d’una vera e propria “crisi Roma”.

Pallotta, presidente della Roma - Fonte immagine: Riccardo Cotumaccio
Pallotta – Fonte immagine: Riccardo Cotumaccio
La “variabile” calciomercato  – A ben guardare, col senno di poi, la campagna acquisti estiva condotta rigorosamente seguendo le direttrici (rivelatesi spesso illuminanti) del cosiddetto “Metodo Monchi, qualcosa poteva far supporre: se è vero che il DS spagnolo si è reso celebre per la sua capacità di riempire vuoti apparentemente incolmabili senza spendere follie, risulta difficile non tenere conto dell’incidenza delle (pesantissime) cessioni operate nella recente finestra di calciomercato; ci riferiamo ai repentini trasferimenti di Radja Nainggolan (venduto, senza troppi mal di pancia, ad una diretta concorrente come l’Inter di Luciano Spalletti), Alisson Becker (allo stato attuale, probabilmente, il miglior portiere del mondo) e Kevin Strootman (centrocampista di indiscutibile livello, uomo spogliatoio, legatissimo alla tifoseria giallorossa). Parliamo di punti fermi, pilastri assoluti della formazione di Eusebio Di Francesco durante la scorsa stagione. Si tratta di vendite che hanno fatto sorridere il bilancio, ma che, con tutta probabilità, hanno smantellato l’ossatura della squadra. Gli acquisti di Pastore, Marcano, Olsen, Nzonzi e di giovani di interessante prospettiva come Kluivert e Zaniolo hanno allungato la rosa, ma serve tempo per individuare un’adeguata collocazione tattica ai nuovi arrivati. Tuttavia, la variabile calciomercato, di per sé, non può essere una giustificazione sufficiente per spiegare un tracollo di questa portata; in questo inizio di stagione abbiamo assistito a una Roma fiacca, priva di idee, prevedibile, lacunosa nella fase difensiva e con enormi difficoltà nella circolazione di palla.

La gestione del gruppo – Sul banco degli imputati, il principale indiziato è il tecnico Eusebio Di Francesco, reo di non aver saputo infondere le giuste motivazioni ai propri giocatori. L’accusa appare quantomeno eccessiva: ci riferiamo allo stesso allenatore che, nella passata stagione, ha sempre posto un’enfasi particolare sull’elemento motivazionale, invitando i propri giocatori a “non accontentarsi mai”, infiammando tanto gli animi della vox populi giallorossa. Certo, le possibilità per rimediare al disastro ci sono, ma appare evidente la necessità di registrare un celere cambio di atteggiamento, strumentale ad infondere fiducia a una Roma che, fino a qualche settimana fa, appariva animata da ben altre ambizioni; in quest’ottica, la sfida di mercoledì sera col Frosinone assume i contorni d’una vera e propria deadline: un’eventuale sconfitta con la neopromossa, a pochi giorni da un evento cruciale come il derby capitolino, potrebbe avere risvolti catastrofici. Fondamentale, dunque, trovare continuità di risultati sin da subito, al fine di poter tener viva la speranza in un piazzamento valido per l’Europa che conta. Il tempo per i passi falsi è già terminato: bisogna vincere ad ogni costo.