Il punto/Serie A: in testa nulla di nuovo, ma tanti contro il VAR

Le prime tre della classe in Serie A vincono tutte di misura e su calcio piazzato. Bagarre immensa per l’ultimo posto Champions, dove si continua ad andare lenti

Le vittorie di misura e tutte su calcio piazzato. Le polemiche sul VAR. La lentezza che caratterizza le candidate a giocarsi il quarto posto.

Il lunghissimo weekend numero 16 di Serie A (è iniziato sabato e si è concluso ieri sera), è stato abbastanza avaro e amaro di sorprese perché quasi tutto è andato come doveva andare.

La Juventus, il carroarmato Juventus, ha fatto suo il derby della Mole, come quasi sempre accaduto negli ultimi otto anni. Il Napoli ha risposto, con affanno, con la rete di Milk – meno male che c’è, parte seconda – al 90’ della trasferta di Cagliari.

L’Inter si è affidata al rigorino con il cucchiaio di Icardi per battere l’Udinese.

 

 

Pallone campionato Serie A - Fonte: Danilo Rossetti
Pallone campionato Serie A – Fonte: Danilo Rossetti

Ciò che c’è da evidenziare è un’altra cosa. I distacchi sono sempre invariati (i Campioni d’Italia sono sempre a +8 sui partenopei e +14 sui nerazzurri), ma le tre squadre più forti della Serie A hanno vinto tutte 1-0 e grazie a due calci di rigore (Cristiano Ronaldo e Icardi, appunto) e una punizione (il polacco del Napoli).

Tutta colpa delle sberle – indolori solo per i bianconeri – rimediate in Champions? Ovvio che no, perché è figlio di partite diverse. La lepre capolista da un mese gioca al piccolo trotto, dando la sensazione di non volersi sforzare più di tanto per portare a casa il risultato nelle gare in patria. Così è stato contro il Milan, la Spal, la Fiorentina, l’Inter e il Torino. E per di più con la porta restata inviolata.

Diverso, invece, è il caso delle inseguitrici, che hanno portato a casa il bottino pieno con più di qualche affanno. Il Napoli, a Cagliari, non ha giocato bene e si è salvato con il guizzo del singolo. Quel Milik che già tanta carne al fuoco sta togliendo ad Ancelotti. E sempre in trasferta.

Tra sabato e domenica, però, le tre grandi della Classe hanno dimostrato – ma non c’era alcun bisogno – di avere più di un qualcosa in più rispetto alle altre, con buona pace dell’incertezza per quel triangolino tricolore.

 

 

Alle spalle dell’Inter, invece, a contendersi l’ultimo posto per l’Europa che conta c’è un traffico spaventoso. Tutte in un fazzoletto di punti. Si va dai 27 punti del Milan ai 21 del Parma, e ci sono dentro Lazio, Atalanta, Roma, Sassuolo, Sampdoria, Fiorentina e Torino.

Questa settimana a gongolare sono la Roma, tornata al successo – e per lo più in rimonta, cosa che non accadeva addirittura da marzo – con molte polemiche contro un Genoa che recrimina per alcune decisioni arbitrali; la Sampdoria, che grazie alla sesta partita consecutiva a segno di Quagliarella ha travolto un Parma in fase calante; il Sassuolo, sorpresona del Campionato che è passato a Frosinone; l’Atalanta, che ringrazia il quarto squillo consecutivo di Duvan Zupata per avere la meglio di una Lazio pimpante ma poco incisiva lì davanti.

Per la squadra biancoceleste, il problema è sempre lo stesso. Ha solo un giocatore, Ciro Immobile, che centra la porta con continuità perché gli altri che dovrebbero farlo, Milinkovic-Savic e Luis Alberto, non la vedono mai e giocano male. E Parolo o l’Acerbi di turno – senza il VAR – non possono sempre trovare il gollonzo riparatore. Se si vuole uscire dal mucchio selvaggio, Tare dovrebbe pensare a rendere più graffiante il reparto offensivo al mercato di gennaio.

Ma se davanti si continua ad andare con il freno a mano tirato, la responsabilità, oltre a una mediocrità generale, la si deve additare al Milan, che anche ieri sera ha sciupato una seconda palla set per creare un piccolo solchetto moralmente importante.

La squadra di Gattuso brinda per la seconda volta consecutiva alla voce 0 ai goal subiti, ma deve interrogarsi per la stessa voce sull’attacco. Era da ottobre 2006 che non accadeva.

I rossoneri sono la compagine del “vorrei ma non posso”. Per alcune precise motivazioni: le assenze di Biglia e Bonaventura si fanno sentire, perché in una squadra non eccelsa, le mancanze di due giocatori che sanno tenere palla ti fa modificare, inevitabilmente, i tratti somatici; Suso e Calhanoglu, così messi, con il 4-4-2, sono impalpabili, facilmente controllabili e per nulla incisivi; anche per colpa dell’involuzione di Castillejo e Laxalt (ma il primo gioca sempre non nel suo ruolo, e anche questo è da dire), giocano sempre gli stessi. Buoni giocatori, qualche mestierante ma nessun fenomeno; chi deve far vincere certe partite (e ieri, Bologna, era una di queste), Higuain, è abulico, e non soltanto per responsabilità sue; una forma fisica e mentale certamente non ottimali; i limiti strutturali del mister di Corigliano Calabro.

A tutto questo si deve aggiungere che, nell’ultimo mese e mezzo, il problema dell’attacco era stato oscurato dalle reti di Romagnoli e Kessie. Ma non può essere sempre Natale per una squadra che però ha bisogno di qualche dono. Anche con il Fair play finanziario che ronza attorno come un lupo vorace.

E, nel frattempo, i punti persi con le squadre di bassa classifica iniziano ad assumere connotati importanti. Speriamo che a maggio non li si debba piangere troppo.

 

 

Per il resto, in Serie A c’è da segnalare le ennesime polemiche per il non utilizzo del VAR in alcuni episodi oggettivamente dubbi a Torino e Roma. Il problema è che, forse, rispetto all’anno scorso si è fatto un passo indietro e ancora nessuno ha capito quando e come va usata.

E non va bene affatto così.