L’Islanda non ha nulla di casuale: sicuri sia solo una “favola”?

La maggior parte dei media ha classificato quella dell’Islanda agli ultimi Europei di Francia come la più classica delle “favole”, scadendo nel più usuale dei luoghi comuni quando accade una impresa sportiva di cui non si riescono a riconoscere distintamente le cause, e quindi ci si aggrappa all’imponderabile. Ma entrando nel merito della questione, ci si accorge che c’è ben poco di casuale in tutto ciò, ma è solamente il risultato di pochi e ben chiari concetti, che hanno fatto e fanno da linee guida per il movimento calcistico islandese: Identità, Programmazione (questa sconosciuta, per il calcio italico) e Passione.

Gunnarsson, capitano dell'Islanda - Fonte: Tobias Klenze, Wikipedia
Gunnarsson, capitano dell’Islanda – Fonte: Tobias Klenze, Wikipedia

Il calcio islandese ha sempre dovuto far fronte a diversi problemi e di diversa natura, ma fortemente radicati al proprio interno. Quello più evidente è di natura geografica e climatica: il calcio si può praticare 2/3 mesi l’anno, e questo ha rappresentato un grosso limite. Altro problema, indirettamente collegato al precedente, è la scarsa competitività e appeal del campionato massimo nazionale, unita all’incapacità di trattenere i giocatori islandesi di alto livello. I punti di svolta per il movimento islandese sono stati principalmente due: il primo giunse negli anni ’90, più precisamente nel 1996. Durante un amichevole contro l’Estonia (non necessariamente per palati fini) il selezionatore islandese nel secondo tempo sostituì Arnor Gudjohnsen con il figlio Eidur. Trattasi del primo caso a livello mondiale di figlio che subentra al padre, per quanto riguarda le partite internazionali, ha segnato anche l’esordio sui grandi palcoscenici di un giocatore che ha trainato da solo l’intero movimento della Terra dei Geiser. Eidur Gudjohnsen, con la sua grande carriera a livello europeo, passando dal Chelsea prima e dal Barcellona poi, ha generato un seguito e una Passione mai visti prima in Islanda, e dando il là a una grosse mole di entusiasmo. Ma tutto questo entusiasmo andava incanalato. E il grande insegnamento che ci dà l’Islanda è che il calcio può essere di grande aiuto per risolvere problemi sociali, e non è sempre il demonio. Basta solo avere responsabilità di quello che si fa e senso civico.

In quella fase storica, l’alcolismo in Islanda era una grave problematica, specialmente tra i giovani, unita anche all’eccesso di fumatori. Fu qui che il governo nazionale decise di intervenire con diversi provvedimenti, e colse al balzo l’opportunità con lungimiranza e Programmazione. Tra i vari provvedimenti, si decise di puntare forte sullo sviluppo calcistico del paese, investendo forte su nuove infrastrutture al chiuso che consentivano di giocare praticamente sempre, rivolta a professionisti e non, per incanalare l’entusiasmo crescente verso il calcio nel modo migliore e allontanare i giovani da alcool e fumo. Gil sforzi della federazione calcistica islandese uniti a quelli del governo di rendere il proprio paese un modello di vita sana hanno dato risultati che parlano da soli: oggi l’Islanda ha uno dei tassi di mortalità per alcool e fumo più bassi a livello europeo, rispettivamente le vite perse per l’alcool sono 29 su 100.000 e quelle per il fumo 97 su 100.000. Il calcio è in grado di muovere molte cose, basta solo far muovere le cause giuste.
Infine, la Nazionale ha saputo affidarsi alle persone giuste nel momento giusto, e ha saputo individuare limiti e punti di forza dei propri giocatori. L’Islanda si riconosce molto nella propria Identità, fatta di un calcio molto fisico e che si poggia su lunghe fasi di difesa posizionale, e che a ogni pallone respinto sembra guadagnare nuove energie e nuova foga. Prima Lars Lagerback e poi Heimir Hallgrìmsson hanno costruito una squadra robusta e solida, che dà il meglio di sè in ripartenza e che risulta molto temibile sui calci piazzati, pur non disdegnando qualche buona individualità (su tutti Sigurdsson, centrocampista dell’Everton dotato di un destro particolarmente sensibile sui calci piazzati).

L’Islanda ci ha dato una grande lezione, che per quanto riguarda la federazione italiana non è stata ovviamente imparata: idee chiare, programmazione e attenzione al sociale possono portare molto lontano, e forse dovremmo rivedere le nostre priorità e iniziare a vedere le cose sotto a una luce diversa, smettendola di trattare il calcio e lo sport in generale come un peso, a partire da tanti genitori di oggi che rinchiudono in casa i propri figli davanti a telefoni e videogiochi. Lo sport in Islanda ha salvato delle vite, qui ha un altra considerazione. Dovremmo rifletterci.