29 maggio 1985…29 maggio 2015: “Heysel”, trent’anni, come fosse un giorno

29 Maggio 1985…29 maggio 2015 ci sono giorni, date, che ogni volta che arrivano fanno correre la memoria a fatti, persone o situazioni particolari, precise. Queste hanno in qualche modo segnato la vita di ciascuno di noi, o di molti di noi, o di tutti, in maniera profonda, inequivocabile ed incancellabile. E ogni anno si ripetono.

juventus calciopoli
Fonte immagine: _bianconero, Flickr

Sarà perché quest’anno è il trentesimo anno da quel 29 maggio 1985, sarà perché accade che la Juventus (la brava, l’amata-odiata, la storica Juventus) si trova a dover giocare fra pochi giorni, la Finale della Coppa dei Campioni (oggi chiamata, per usanza globalizzante, “Champions League”), proprio come trent’anni fa; sarà per suggestione ma nella mente, di chi ha vissuto quella sera del 1985, tornano immagini, ricordi, e (in fondo) emozioni di una tra le più brutte tragedie dello sport mondiale.

Ed è qui che, in chi scrive (all’epoca adolescente), innamorato del gioco del calcio, affiora il ricordo, lontano e mai svanito, di un amico che, da quella sera, in Belgio, non ha più fatto ritorno.

Una passione per la Juventus, una passione vissuta ogni giorno, un attaccamento vero, semplice e sano, condiviso con la figlia (la sua unica figlia, allora diciottenne) che lo ha portato a decidere di prendersi un paio di giorni per un’ora di divertimento. Una pausa per andare a vedere e vivere, di persona, quella grande partita (così si preannunciava) tra la Juve e il mitico Liverpool.

Il paese della provincia di Pisa (Ponsacco), è un posto di gente schietta, semplice, nel quale, in quegl’anni, prendere un volo e affrontare un viaggio fino in Belgio, per il solo gusto di vedere una partita, era considerato un misto fra pazzia e grande impresa. Ma che emozione però…

Faceva il bidello alla scuola elementare G. (solo l’iniziale per rispetto) ed il fatto di andare a vedere la Juve, a vedere una finale di quel calibro, per lui e per la figlia, era un “treno” che passava una volta, poi chissà.

Era il 1985 e le famiglie borghesi, le cosiddette famiglie “normali”, come quella di G., un viaggio del genere se lo potevano ancora ben permettere. E così è stato: viaggio, biglietto, tutto regolare, la moglie che trepida a casa e la speranza di tornare con la gioia per la conquista della Coppa.

Mercoledì 29 maggio 1985, le televisioni di tutta Italia si accendono su Bruxelles.  Juventini e non-juventini, all’ora di cena, di fronte alla tv, per guardare la partita. La Juve di Boniperti, con Trapattoni in panchina; la Juve di Platini, Cabrini, Tardelli, Boniek, Rossi, Brio, affronta il grande Liverpool di Daglish, Grobbelaar, Lee, Jan Rush e Neal.

Ma le immagini che arrivano da Bruxelles, stadio Heysel (nominato migliaia di volte in quella lunghissima sera), non sono di sport. Chi non ha seguito, forse, non può capire, l’angoscia e il senso di incredulità che è stato trasmesso dalla cronaca di quella partita, che non cominciava mai, e che sembrava spostata in un girone infernale.

Il muro che cede sotto il peso della gente accalcata, la voce del cronista, la polizia a cavallo a bordo campo, una specie di invasione di campo con ressa di folla in quel pezzetto di stadio, il mescolarsi di sciarpe bianche e rosse con (poche) bianconere e, soprattutto, le persone a terra o in braccio ad altre persone, e poi zainetti e giubbotti e carte sparsi qua e là, restano immagini incancellabili dalla mente.

E la telefonata della signora che cercava (nella madre di chi scrive) conforto all’angoscia perché, da casa, guardando, aveva riconosciuto lo zaino giallo e il giubbotto azzurrino del marito, fra quelli dei corpi a terra.

Poi le parole di Neal e Scirea, il buio e i riflettori, le notizie sui morti e sui feriti, la partita alle 22.30, il disorientamento e l’agitazione in casa, il rigore, Platini con la Coppa…

Il giorno seguente il nome del mio amico G. compariva fra i 32 italiani che avevano perso la vita in quello stadio. La Juventus intanto visitava i feriti in ospedale e la signora G. partiva per Bruxelles dove avrebbe ritrovato, giorni dopo, la figlia in rianimazione, salvata da un tifoso inglese, un certo sig. John Welsh, e l’avrebbe riportata a casa oltre un mese dopo.

29 maggio 1985…29 maggio 2015, trent’anni da quella tragedia che nessuno mai ha ripagato e che nessuno mai riuscirà a rimediare, il ricordo è vivo come se fosse successo ieri.

In mezzo ci sono state le leggi contro gli Hooligans, le restrizioni ai tifosi, la zona al posto del gioco a uomo, le partite in pay per view, il passaggio dal calcio “vecchio” a quello moderno. Ma la sostanza dei fatti non cambia e non si potrà mai dimenticare un evento talmente orribile e talmente triste per lo sport e per il calcio, in particolare, dal quale ogni tifoso, ogni appassionato, ogni persona, dovrebbe trarre insegnamenti di comportamento e di rispetto perché non si verifichi mai più.

Intanto la vita è andata avanti, di trent’anni, la famiglia di G., nel paese toscano, ha vissuto e vive con quel gran vuoto lasciato dalla sua partenza improvvisa e inaccettabile. Juventus e Liverpool hanno ricordato i fatti. Il pensiero è che G. se ne sia andato con i suoi baffoni, il suo zainetto giallo, il giubbottino azzurro, a vedere la sua Juve, lontano…e che sia ancora là, in trasferta.

 

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