Esclusiva-Ventura: “Il calcio italiano non dipende dalla Juventus. Allenerei anche all’estero”

La stagione calcistica appena conclusa ha visto evidentemente come protagonista anche Gian Piero Ventura, oggi ex ct della Nazionale italiana. A distanza di diversi mesi dalla sciagurata Italia-Svezia, abbiamo contattato il mister per commentare proprio il campionato e l’andamento delle squadre italiane, anche in Europa. Ventura ha rilasciato dunque un’intervista in esclusiva a Soccermagazine parlando di Juventus, Napoli, Roma e non solo:

Ventura - Fonte: fc-zenit.ru, Autore: Вячеслав Евдокимов
Ventura – Fonte: fc-zenit.ru, Autore: Вячеслав Евдокимов

Mister, mai come quest’anno il campionato è rimasto aperto fino alla fine e i club sono stati protagonisti nelle coppe europee. Come vede oggi la situazione complessiva del calcio italiano?
Credo che dal punto di vista del campionato sia stato il torneo più affascinante, competitivo e bello degli ultimi 10 anni perché scudetto, Champions, Europa League e salvezza si sono giocate fino all’ultima domenica. Per il futuro penso ci siano moltissimi giovani di grande potenzialità, con le quali ci sono tutti i presupposti per diventare grandi protagonisti, poi dipende molto dalla possibilità di farlo sul campo, ma credo ci sia una grandissima infornata di giovani validi.

Anche negli scorsi decenni è sempre esistito un certo “blocco Juve” di portieri e difensori italiani che quasi per tradizione andava pure in Nazionale, ma adesso sembra non esserci più. Secondo Lei c’è da lanciare un allarme?
Il calcio italiano non deve dipendere da un giocatore della Juventus. A livello di portieri, anche se Buffon sta finendo la carriera, ci sono i Donnarumma, i Perin, i Meret, i Cragno, i Sirigu. Ce ne sono quanti ne vuoi, qualcosa di assolutamente importante. Anche qui ci sono tantissimi giovani di grande potenzialità: alcuni stanno giocando e saranno sicuramente protagonisti, ad altri bisogna dare tempo per diventarlo, ma rispetto agli ultimi anni in cui obiettivamente di giovani ce n’erano pochi è meglio, basti pensare ai Chiesa, ai Pellegrini, a tutti quelli che sono usciti fuori e stanno uscendo fuori.

Secondo Lei cos’è mancato di fatto al Napoli per vincere lo scudetto?
Credo – perché bisogna essere dentro per poter sentenziare qualcosa – che sia mancata l’abitudine a vincere un titolo, perché penso che il Napoli abbia sbagliato solo due partite in campionato, entrambe dopo la vittoria della Juventus a Roma con la Lazio al 94′: subito dopo ha perso in casa con la Roma e ha sbagliato quella di Firenze che è costata lo scudetto il giorno dopo la partita vinta dalla Juventus a Milano al 94′. Credo che l’aspetto psicologico abbia avuto un’influenza importante in negativo, ma forse gli è mancata proprio quell’abitudine a superare anche gli eventi negativi dal punto di vista psicologico che ti portano magari a sbagliare la partita

Quest’anno si è celebrato molto il Napoli perché si è giocato lo scudetto fino alla fine, rimanendo però a mani vuote al pari della Roma, che ha raggiunto la semifinale di Champions. Secondo Lei è stata migliore la stagione degli azzurri o quella dei giallorossi?
Io credo che siano due campionati che vanno giudicati entrambi con un “ottimo”. Entrambi non hanno raccolto niente, ma entrambi hanno fatto qualcosa di straordinario: la Roma l’ha fatto soprattutto in Champions, il Napoli l’ha fatto soprattutto in campionato. Il Napoli ha rappresentato il bello del calcio, dato che si è visto per lunghi tratti il suo gioco. Tutti parlano della vittoria della Roma contro il Barcellona, ma io sostengo che il grande exploit sia stato arrivare prima nel girone doveva aveva il Chelsea e l’Atletico Madrid che sulla carta era difficilissimo. È chiaro che in Italia conta soprattutto il risultato finale, ad entrambi è mancata la ciliegina sulla torta.

Ci tiene particolarmente a tornare ad allenare in Italia o accetterebbe anche una destinazione estera?
Io accetto di allenare. Perché lo sento dentro, perché per 35 anni l’ho fatto, perché è la mia vita e in tutta la vita mi sono sempre rimesso in gioco e perché ho anche voglia di dare risposte sul campo, questo è il motivo per cui ho questa voglia oggi di ritornare ad allenare.

Per concludere, un ricordo su un giocatore che Lei ha tenuto in considerazione fino all’ultimo e che era anche il capitano di una grande squadra come la Fiorentina: Davide Astori.
Io lo ricordo non come capitano della Fiorentina, ma come un giocatore diverso dai giocatori, cioè una persona diversa. Il nostro rapporto era intenso, lui giocò la mia prima partita in Nazionale con la Francia. Era diverso nel proporsi, nella serenità, nella serietà, sotto tanti aspetti. Quando ho saputo quello che era successo ero all’estero e mi sono commosso. Faccio fatica a parlarne perché quando ci ripenso è qualcosa di difficile da spiegare ed è anche difficile da accettare.

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