FIGC: ipocrisia e illusioni di una federazione bloccata nel passato

Dopo il Mondiale del 2006, la FIGC ha preso una strada dai chiari contorni gattopardeschi, e all’orizzonte non si vedono segnali di inversione di rotta.

Tavecchio FIGC - Fonte immagine: Emanuele.corr, Wikipedia
Tavecchio – Fonte immagine: Emanuele.corr, Wikipedia

Dopo aver fatto sempre la stessa cosa nello stesso modo per due anni, inizia a guardarla con attenzione. Dopo cinque anni, guardala con sospetto. E dopo dieci anni, gettala via e ricomincia di nuovo tutto.”
(Alfred Edward Perlman)

Questa prefazione, per quanto possa sembrare fuorviante con il tema trattato, è necessaria per comprendere appieno luci (poche) e ombre (parecchie) del modus operandi della FIGC da parecchio tempo a questa parte, e soprattutto per porre delle riflessioni su cosa potrebbe essere e cosa è, e sul fatto  che forse ci stiamo abituando a tutto questo, come se fosse la normalità.

 

Era il 20 Novembre dell’anno appena trascorso, durante la mattinata del day after della debacle azzurra contro la Svezia, quando l’allora Presidente della FIGC Carlo Tavecchio diede le proprie dimissioni, non senza una discreta quantità di drammaticità interpretativa e di toni. Il presidente dimissionario puntava il dito verso non meglio specificate “pressioni enormi sulla Lega” e “sciacallaggio politico”, traducibile senza troppa difficoltà in un riferimento a Giovanni Malagò (presidente del Coni) e a Cosimo Sibilia (presidente lega dilettanti), rei di avergli voltato le spalle nelle opportune sedi.

Da allora sono passati quasi 4 mesi, trascorsi tra frasi con forte sapore di plastica e dichiarazioni di intenti confuse e vuote, come le idee (poche a dir la verità) dei vertici della FIGC e del movimento del calcio italiano, e ovviamente non è cambiato il fatto che alla fine non è cambiato niente. Ancora una volta, l’ennesima, questi ultimi si sono dimostrati incapaci di gestire l’enorme portata e potenzialità del mondo del pallone di un paese che avrebbe tutte le carte in regola per fare da traino a livello mondiale e invece si ritrova a essere simbolo di arretratezza e immobilismo, tenuto stretto dalle lunghe e improvvide mani della malapolitica.

Tavecchio ha fallito, e non è un opinione di chi scrive ma un dato di fatto oggettivo e incontestabile.

Ha fallito sul piano etico e di credibilità, tenendo conto delle innumerevoli gaffe ormai ben impresse nella memoria di tutti noi e visto che le sue dimissioni sono state un fatto indotto dalla mancanza di numeri e di sostegno nel consiglio federale, e non un gesto spontaneo che sarebbe stato quantomeno doveroso e dignitoso. Ma tutti questi sarebbero anche fattori marginali, se messi di fronte a un buon operato e a una serie di atti e decisioni importanti a favore della crescita del movimento. E invece ha fallito anche in questo. I Centri Federali, che a detta di Tavecchio stesso sarebbero stati il punto focale del suo programma, ne sono la prova, che mettono di fronte a una realtà disarmante. I Centri Federali nei piani dovrebbero essere 200 entro il 2020, mentre ora sono meno di 40.

I Centri di Formazione Federale, infrastrutture moderne, sicure e soprattutto efficienti, rappresentano la base di partenza che consentirà alla FIGC di intervenire in maniera diretta e senza il perseguimento di interessi di parte affinché si realizzi una formazione e uno scouting ancora più approfondito di quello attuale disse il presidente dimissionario con ostentata boria. La realtà invece dice che la maggior parte delle strutture utilizzate sono locali in affitto, usate da società dilettanti, mentre i restanti sono locali della Lega Nazionale Dilettanti e perciò non infrastrutture moderne, sicure e soprattutto efficienti, prestati a quella che si può chiamare sceneggiata. A peggiorare ancora di più lo scenario, metteteci che queste strutture funzionano per 3 ore settimanali (!!!) e hanno una fascia di età molto limitata (dai 12 ai 14 anni). Se c’è un progetto, una linea guida in tutto questo, sta giocando a nascondino con tutti noi.

Altro slogan campanilistico sono state le famose “Squadre B”, che sono la normalità in praticamente tutta Europa e invece in Italia sono ancora ben lungi non solo dal vedere la luce, ma anche solo dall’essere oggetto di discussione dei vertici federali. Non è sbagliato affermare che di questo tema si è parlato molto di più nei bar di paese che nelle opportune sedi.

Chiuso il capitolo Tavecchio, si procede a rilento verso la normalità, e quella che era vista inizialmente come la grande possibilità di cambiamento per finalmente portare aria di rinnovo e (finalmente) portare persone competenti con idee e progetti, due parole che nell’ultimo decennio nei piani alti della FIGC sono state sostituite da politica e interesse, invece sta diventando la possibilità di dimostrare che si può sempre fare peggio di quanto già fatto.

Le elezioni federali tra Gravina, Tommasi e Sibilia come prevedibile sono state inconcludenti e sono finite con un nulla di fatto e una cagnara mediatica. Malagò si è preso il ruolo di commissionario straordinario e il nome buono per la presidenza pare quello di Gaetano Miccichè, numero 1 di Banca Intesa San Paolo.

Si sono fatti tanti nomi, slogan, frasi fatte e luoghi comuni, ma di proposte concrete e programmi con cenni di progettualità nemmeno l’ombra, e questo non fa ben sperare per il futuro. A quanto pare, imparare dai propri errori non è così facile, come non lo è avere l’umiltà di studiare e capire quanto di buono hanno fatto gli altri paesi in materia calcistica. Le possibilità di uscire da questa situazione per il calcio italiano ci sono tutte, ma ciò richiede la volontà di mettere al primo posto il pallone in senso proprio, mettendo da parte politica e interessi. Ma non sembra questa la volta buona, non ancora.