Che fine ha fatto… Vratislav Gresko, protagonista del 5 maggio interista?

Dici Vratislav Gresko e pensi al 5 maggio 2002, a quel clamoroso e famoso retropassaggio a Francesco Toldo.

(C) Soccermagazine.it
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Il nome del biondo difensore slovacco è legato in maniera indissolubile a quello dell’Inter. A partire dal primo club che lo consacra al calcio professionistico: l’Inter Bratislava, che lo preleva dal Dukla Banska Bystrica nel 1997. Con i gialloneri mostra tutta la sua forza, la sua dinamicità e la sua tecnica soprattutto in fase offensiva e allora ecco che arriva la chiamata dalla Bundesliga. Lo vuole il Bayer Leverkusen. In Germania ha la possibilità di disputare la Champions League, ma Gresko ha solo 20 anni e davanti a sè ha un mostro sacro come Ze Roberto. Intanto però il terzino entra in pianta stabile nel giro della nazionale giovanile. È il maggio 2000, in Slovacchia si svolgono gli Europei Under21, nella fase a gironi l’Italia sfida proprio la selezione di Gresko.
La partita termina 1 a 1 (per gli azzurri segnò Baronio) e sulla panchina italiana sedeva Marco Tardelli, che nemmeno 4 mesi dopo sarà ingaggiato dall’Inter.
Uno dei primi rinforzi richiesti è proprio il terzino slovacco. Moratti sborsa 11 miliardi di lire per avere quello che nei suoi progetti deve essere l’erede di Roberto Carlos e Brehme. “So di essere l’atleta più famoso e più costoso della Slovacchia, voglio ripagare in campo i soldi spesi per me“, promette in conferenza stampa. E l’inizio della sua avventura a Milano sembra essere veramente promettente: al suo esordio con la Roma mette a segno un assist al bacio per il gol di Alvaro Recoba.
Ma il vento è destinato a cambiare presto. A Tardelli subentra Cuper. Gresko inizia a far vedere tutte le sue lacune difensive. L’apice, però, viene raggiunto in quel 5 maggio 2002, maledetto per i tifosi interisti. I nerazzurri sono già pronti a festeggiare la conquista dello scudetto, basta superare la Lazio all’Olimpico. Mancano pochi secondi al termine dei primi 45 minuti, i biancocelesti perdono 2-1. L’Inter in quel momento è Campione d’Italia.
Poi avviene il disastro. Gresko appoggia di testa verso Toldo, Karel Poborsky ci mette il piede, la rete si gonfia: è 2 a 2. La Lazio dilagherà nel secondo tempo e la partita finirà 4-2. La Juventus intanto vince contro l’Udinese e alza al cielo lo scudetto.
Il giorno dopo, a rincarare la dose, arrivano le parole del terzino sinistro: “Per me è ancora più difficile degli altri mandare giù questa sconfitta. E il mio dispiacere è ancora più grande perchè in Slovacchia e in Germania ho perso altri due titoli all’ultima giornata“.
Neanche a dirlo, quella è l’ultima partita in nerazzurro del biondissimo difensore, cacciato quasi con la nomina di gatto nero. Il Parma proverà a credere in lui, ma troppo forte è in Italia il ricordo delle sue papere e di quel maledetto passaggio. In Emilia-Romagna gioca appena 5 volte e viene spedito in Inghilterra.
Qui, lontano dai fantasmi del passato, Gresko riesce ad esprimersi al meglio. Al Blackburn ritrova lo smalto di un tempo, quando era seguito in Europa come l’astro nascente della fascia sinistra. Dopodichè torna in Germania, al Norimberga e di nuovo al Leverkusen.
Nel 2009, scaduto il contratto con i tedeschi, resta senza squadra. La troverà 2 anni dopo, tornando in patria. È il Podbrezová, appena salito nella Serie B slovacca, dove gioca ancora oggi.
Intanto in Italia si ricordano ancora di lui. Chi con piacere, chi meno. A sancire questo ricordo indelebile è stato insignito anche un titolo, il “Premio Gresko“. In base a quale criterio viene assegnato, però, non ve lo spieghiamo nemmeno.

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