Quella volta che l’Italia rifiutò di partecipare alla Confederations Cup… ma quanto vale per noi?

Lo scenario calcistico di questi giorni è occupato prevalentemente da notizie relative alla prossima avventura della nostra Nazionale, l’ormai nota Confederations Cup. La competizione, alla quale prendono parte le vincitrici dei vari tornei continentali insieme alla trionfatrice degli ultimi Mondiali, oltre che i padroni di casa, sarà la principale attrazione “pallonara” del mese di giugno, e avrà l’intento di proiettare giocatori e tifosi verso Brasile 2014.

Confederations Cup, Fonte immagine: Antonio Cruz ABr - Agência Brasil
Confederations Cup, Fonte immagine: Antonio Cruz ABr – Agência Brasil
Il valore concettuale del torneo non è sicuramente da discutere: a confrontarsi sono di fatto le squadre più forti dei diversi angoli del mondo, e a chiunque verrebbe l’idea di metterle in gara tra loro per stabilire quale sia effettivamente la compagine maggiormente quotata in circolazione. Una ragione agonistica che potrebbe cozzare con quella dei Mondiali, ma che comunque giustifica volentieri l’esistenza della Confederations, impreziosita proprio dalla difficoltà a parteciparvi in carriera.
In principio, la manifestazione nasceva come un torneo amichevole ad inviti che si disputava in Arabia Saudita in onore del Re Fahd, sul trono dal 1982 al 2005, stesso anno in cui la Confederations passò dalla cadenza biennale a quella quadriennale. Solo dalla terza edizione in poi, ovvero dal ’97, la FIFA ne avrebbe riconosciuto l’ufficialità. Tuttavia, Blatter non riuscì a risolvere alcune incongruenze dovute alla logica del torneo: giocandosi oggi ogni 4 anni, ad esempio, l’Egitto e lo Zambia, campioni d’Africa rispettivamente nel 2010 e nel 2012, non possono avere accesso al torneo a vantaggio della Nigeria, vincitrice pochi mesi fa; una sorta di triangolare tra le tre Nazionali per decidere chi meritasse la partecipazione non sarebbe stata un’idea malvagia. Ciò che stona di più, però, è la possibilità di rifiutare tranquillamente di presenziare alla Confederations, anche se si è detentori di un titolo: ne sa qualcosa l’Italia, che diversi anni fa declinò l’invito alla competizione alla quale, fino ad allora, non aveva mai preso parte.
Era il 2003, la squadra di Trapattoni. La Confederations si giocava in Francia, terra dei campioni d’Europa in carica che quindi partecipavano in quanto organizzatori, liberando lo slot per il Vecchio Continente. Gli azzurri furono chiamati dalla FIFA in qualità di vice-campioni d’Europa, ma curiosamente decisero di non partire; così fecero anche i tedeschi interpellati in quanto vice-campioni del mondo, lasciando infine spazio alla Turchia, arrivata terza ai Mondiali del 2002.
Sono passati solo 10 anni, eppure l’atteggiamento della Federazione è cambiato nettamente. Oggi la Confederations Cup viene vista infatti non solo come un ottimo banco di prova per riunire la Nazionale, che come noto si ritrova poco, ma anche come un’opportunità extra per giocare con gli esperimenti e soprattutto un espediente per conoscere anzitempo i luoghi e l’atmosfera del Mondiale, anche se, paradossalmente, non è detto che una partecipante alla Confederations giochi anche la prossima Coppa del mondo.
Fonte immagine: Roberto Vicario
Fonte immagine: Roberto Vicario
Elitaria, ma bistrattata. Oggi però la Confederations Cup sembra quasi un regalo per il nostro Cesare Prandelli, che per un motivo o per l’altro non ha mai ottenuto i tanto agognati stage per esaminare gli azzurri a campionato in corso. Forse nel 2003 Prandelli avrebbe accettato di andare in Francia, o forse no, perché allora il gruppo azzurro era pieno zeppo di campioni riconosciuti a livello internazionale, e non aveva bisogno di essere posto ogni volta sotto la lente d’ingrandimento come ai giorni nostri; inoltre allora non si giocava nel Paese che avrebbe ospitato poi i Mondiali, così nel 2009, dopo la modifica del regolamento, Lippi fu ben disposto a partire per il Sudafrica, snobbando però il girone e finendo con l’aver sottratto per nulla Santon all’Europeo Under 21, in una rassegna che si caratterizzò principalmente per il frastuono delle vuvuzela e per la maglia “versione pigiama” degli azzurri, creata appositamente per l’occasione.
In molti si disinteressano alla Confederations sapendo che non sia il Mondiale e reputandola chiaramente un’operazione commerciale, al pari del Mondiale per club. Quanto vale, allora, questa coppa? 4 anni fa, durante l’intervallo della finale tra USA e Brasile, con gli americani in vantaggio per 2-0, arrivò la telefonata di Barack Obama che voleva complimentarsi con la federazione a stelle e strisce per il risultato che si stava raggiungendo; non l’avesse mai fatto: il Brasile rimontò facilmente ed ottenne la vittoria, ma quella chiamata significava comunque che la Confederations valesse qualcosa per un popolo intero. Come dimenticare, poi, la festa che si tenne in Egitto in seguito allo storico successo sugli azzurri, nella seconda partita del girone…
Il verdetto è triste e forse a tratti ingiusto. Chi vince la Confederations Cup, il torneo della “crema mondiale a livello calcistico”, non è campione di niente. Che sia allora un semplice trofeo da mettere in bacheca, sulla falsa riga della Coppa Italia per i club, che conta solo quando la si vince? Ma soprattutto: come vivranno gli italiani questa Confederations? Lo Stivale non sembra pronto: sui balconi non c’è l’ombra di un tricolore, per le strade nessuno vi fa riferimento. Se un azzurro dovesse segnare il goal decisivo allo scadere dei tempi supplementari della finale, in Brasile sarebbe sicuramente festa. In Italia? Lo sapremmo solo vivendo quel momento.

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