Violenza negli stadi: l’altro volto del calcio

Calcio: croce e delizia, luci ed ombre…

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Fonte: it.wikipedia.org Napoli-Verona MJ Who

Sentiamo spesso parlare del calcio come di un momento aggregativo e d’evasione, una passione che accomuna tanti cuori di fede diversa che si ritrovano insieme sulle gradinate di uno stadio a condividere esperienze uniche, uno sport che regala intense emozioni, che fa sognare, soffrire, a volte delude, ma che non finirà mai di stupire ad ogni partita, ad ogni giocata vincente, ad ogni gol segnato, ad ogni tifoso che piange e gioisce per la propria squadra del cuore. Il calcio ha il potere di racchiudere in sé diverse sensazioni, un turbinio di significati, di rappresentare molto di più che un semplice gioco in cui dei calciatori rincorrono una palla: esso scuote gli animi, diventa simbolo della città stessa e sovente ne raffigura la bandiera, ne rivendica le speranze e l’orgoglio ferito, si fa portavoce dei suoi bisogni e delle sue aspirazioni, ne determina l’appartenenza e la coscienza che è impressa sui colori di una semplice maglia. Ma purtroppo, come tutto ciò che esiste, anche il calcio cela l’altro, atroce lato della medaglia e così, in pochi attimi il manto erboso si tinge di rosso, delle scintille appena accennate divampano in spaventosi incendi, lo spettacolo si trasforma in orrore e il divertimento si converte in violenza. L’intolleranza e la ferocia hanno mille sfumature, e gli episodi che da anni si registrano negli stadi ne costituiscono solo una piccola parte. La storia inizia, in Italia, nel lontano 28 aprile 1963: la prima vittima da stadio in seguito agli scontri tra tifosi e forze dell’ordine si chiama Giuseppe Plaitano, 48 anni, tifoso della Salernitana. Giuseppe, come tanti altri era presente allo stadio “Vestuti” per assistere al match tra Salernitana e Potenza, in gioco la promozione in Serie B. Tutto sembra tranquillo, almeno fino a quando l’arbitro decide di non concedere un rigore ai granata: i tifosi invadono il campo, iniziano violenti tafferugli ed un poliziotto spara in aria; il colpo raggiunge la tribuna e ferisce accidentalmente Plaitano, che muore poco dopo. La scia di sangue non conosce interruzione e il 28 ottobre 1979 si consuma l’ennesima tragedia che infanga l’immagine del nostro calcio davanti agli occhi del mondo. Come da copione la scena è la stessa, cambia soltanto l’ambientazione. Stavolta siamo nella capitale a meno di un’ora dall’inizio di uno dei derby della Serie A più attesi: Roma-Lazio. Il match diventa subito incandescente e tra gli spalti della curva accade l’inverosimile: Vincenzo Paparelli, tifoso laziale, viene improvvisamente colpito ad un occhio da un razzo sparato dalla curva sud, sede dei sostenitori della Roma. Il responsabile dell’incidente finito in tragedia, è poco più che un ragazzino e si dà subito alla fuga, per poi costituirsi 14 mesi dopo. Con il trascorrere degli anni diventa chiara l’urgenza di un intervento da parte delle istituzioni che non può più aspettare oltre: la violenza non è una piaga che affligge solo il calcio italiano, ma le sue radici si propagano con forza spropositata soprattutto all’estero, teatro di una vera e propria strage che il mondo sportivo, e non, faticherà a lasciarsi alle spalle. 29 maggio 1985: una data tristemente nota che rimarrà incisa a caratteri cubitali nella storia. Lo sfondo è rappresentato dal magnifico stadio Heysel (Bruxelles), i tifosi bianconeri e reds fanno da contorno, il match è tra i più importanti: si tratta della finale di Champions League che vede fronteggiarsi Juventus e Liverpool in quella che sarebbe diventata non una sfida per il titolo europeo ma una folle corsa per la salvezza. Sono circa le 19:20, manca poco meno di un’ora alla partita e ad un tratto gli hooligan del Liverpool iniziano a dirigersi ad ondate verso il settore Z, che ospita i sostenitori bianconeri, fino a sfondare le reti metalliche che separano le due tifoserie. Panico, costernazione e terrore si dipinge sul volto dei presenti, che cercano disperatamente di ripiegare verso il campo, unica via di fuga. Intanto le autorità belghe, incapaci di fronteggiare l’emergenza, sospingono la folla verso il muro antistante le curve: è l’inizio della fine. La palizzata divisoria cede, in molti restano schiacciati, mentre altri trovano la morte nel tentativo di salvarsi o finiscono calpestati dalla folla. A trionfare è stata la violenza: 39 morti (di cui 32 italiani) e oltre 600 feriti. Numeri che hanno fatto, purtroppo, la storia del calcio e che si ripresentano al giorno d’oggi: siamo  nel maggio del 2001 quando in Italia uno stadio, San Siro, diventa palcoscenico dell’ennesima originale trovata di un gruppo di ultras, questa volta nerazzurri. In curva Nord un gruppo di tifosi, per sbeffeggiare gli avversari atalantini pensa bene di far volare giù dalla parte superiore del secondo anello di San Siro uno scooter, sequestrato a dei bergamaschi in una rissa nei pressi dello stadio prima della partita. «In bicicletta, tornate in bicicletta» si sente, intanto, intonare dalla curva. Il motorino per fortuna non va oltre la ringhiera scongiurando negative conseguenze, anche grazie all’intervento di polizia e vigili del fuoco. Evento che lascia sbalorditi non poco e fa riflettere sull’efficacia delle misure a presidio dei varchi e dei controlli predisposti dalle società. Sempre più crescente si fa la necessità da qui in avanti di ricercare ulteriori misure che possano aggiungersi a quelle già esistenti e fungere da deterrente ancora più forte contro l'”altro” calcio, quello che sempre più spesso fa da cornice ad uno sport troppe volte macchiato da episodi tristi e che trova nel presunto “tifo” per la propria squadra il pretesto per dare sfogo alla propria efferatezza. Tra le misure sanzionatorie previste sicuramente una forma di prevenzione atipica è costituita dal DASPO, applicabile a specifiche categorie di persone potenzialmente pericolose per l’ordine e la sicurezza pubblica. DASPO che con la legge del 2014 diventa di gruppo per i tifosi violenti con restrizioni ancora maggiori (il divieto di accesso varrà infatti per almeno 3 anni nei confronti dei responsabili di violenze di gruppo e da 5 a 8 anni nel caso di recidivi). La legge, nel tentativo di inasprire le sanzioni, introduce anche il divieto di trasferta: previsto per uno o due campionati nel caso di gravi episodi di violenza. Con provvedimento del ministro del’Interno potrà essere chiuso il settore ospiti fino a due anni e potrà essere vietata la vendita di biglietti ai tifosi che risiedono nella provincia della squadra avversaria. Risale al 12 ottobre 2012 un altro avvenimento poco gradevole della storia del calcio europeo. A Genova, in occasione della partita Italia-Serbia per le qualificazioni a Euro 2012, lo Stadio Marassi diventa palcoscenico di una pioggia di fumogeni e petardi, lanciati dai tifosi serbi in campo e verso i tifosi azzurri, ed anche di diverse esplosioni di bombe carta. E quando la barbarie la fa da padrona non c’è match che tenga: l’arbitro è costretto a mandare le squadre negli spogliatoi. Dentro e fuori dal rettangolo verde l’ignoranza del lato violento del popolo dei tifosi si materializza in scontri tra tifoserie: da ricordare il recente caso che tanto ha fatto discutere, del giovane tifoso napoletano, Ciro Esposito, deceduto dopo 50 giorni di agonia dopo esser stato raggiunto da un colpo di pistola in un’area abusiva a Tor di Quinto,teatro di forti scontri tra facinorosi e polizia in occasione della partita di Coppa Italia Roma-Napoli. Colpevole della morte di Ciro è stato dichiarato Daniele De Santis, ultrà giallorosso, per il quale invece è stato disposto il carcere per tentato omicidio e porto abusivo d’arma da fuoco. La partita ritardata di 45 minuti si è giocata poi regolarmente dopo la trattativa tra i capi ultras del Napoli e il capitano della squadra partenopea Hamsik. Altro dettaglio non poco significativo: la maglia del portavoce ultrà Genny A’Carogna che inneggia alla libertà di Speziale, l’ultrà condannato per l’uccisione dell’ispettore capo della Polizia di Stato, Filippo Raciti, morto in servizio durante gli incidenti scatenati da una frangia di ultras catanesi contro la Polizia intervenuta per sedare i disordini alla fine del derby siciliano di calcio Catania-Palermo nel 2007.

Fontana della Barcaccia Fonte: it.wikipedia.org
Fontana della Barcaccia
Fonte: it.wikipedia.org Daniele.Brundu

Terremoti di tifosi violenti che devastano città mettendo a repentaglio la vita della cittadinanza e non solo. Spesso appellarsi al buon senso delle fasce pericolose delle tifoserie non basta per preservare città e monumenti dalle ondate di inciviltà che approdano nelle città italiane in occasione di importanti match. Ricorderemo il recente caso dei tifosi del Feyenoord in trasferta a Roma per la partita di Europa League Roma-Feyenoord. Qui numerosi sono stati i problemi di ordine pubblico avutisi prima della gara, forse anche per un superficiale sistema di controllo che non è stato in grado di proteggere monumenti, negozi, turisti e cittadini. Ad avere la peggio è stata la Fontana della Barcaccia del Bernini di Piazza di Spagna, fresca di restauro. Ammontano ad un milione e mezzo i danni stimati e tanto aspre si sono sollevate le critiche alla sicurezza delle nostre città che non riescono a garantire presidi adeguati di fronte ad evidenti necessità. Un lato oscuro e poco apprezzabile del calcio, stadi che diventano luoghi del terrore, città assediate da ultrà violenti, sport che diventa pretesto di lotta più che di incontro. E lo chiamano calcio.

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