VAR morì ammazzato

Nel dialetto romano “Va a morì ammazzato” è un’ingiuria che equivale al più noto “Va al diavolo”. Sostanzialmente si tratta quindi di una sorta di auspicio. Poco amichevole, ma comunque un auspicio.

Fonte: Violachannel.tv

La lingua italiana, non quella dialettale, associa invece a “morì” la declinazione al passato remoto del verbo morire: si scrive e si legge alla stessa maniera ma ha tutt’altro significato.

Il passato remoto è infatti un tempo che si utilizza quando ci si riferisce ad eventi separati e distaccati dal presente; conclusi. Quando ci si riferisce ad un dato di fatto insomma. Quando, ad esempio, l’auspicio romanesco di cui sopra ha trovato compimento.

Noi, ferventi sostenitori del VAR, ci auguriamo che l’auspicio di alcuni arbitri del nostro campionato, quello di mandare al diavolo la tecnologia, non si trasformi prima o poi in un dato di fatto. Sarebbe un peccato; un’occasione persa. Ma andiamo con ordine.

L’introduzione del VAR-Video Assistant Referee è stata accolta con pareri discordanti. Come tutte le cose che rappresentano momenti di frattura con il passato, c’è chi lo ama e chi invece non veda l’ora che il sistema si inceppi. Cosa che non è del tutto imponderabile tenuto conto che, per quanto si parli di supporto tecnologico, c’è pur sempre una rilevante e discrezionale componente umana a regolarne l’uso. E gli errori in queste giornate non sono mancati anche se l’apice si è raggiunto probabilmente in questa ultima settimana.

Si è partiti lo scorso martedì con l’episodio di Bologna, il generoso rigore concesso da Di Bello all’Inter. In questo caso il VAR è stato chiamato in causa e la decisione dell’arbitro di assegnare il rigore è parsa dubbia perché la valutazione fatta a velocità normale della rilevanza del contatto era probabilmente più corretta di quella fatta davanti ad un replay che, inevitabilmente, ingigantisce l’episodio. Diciamo che si è trattato più di una decisione televisiva.

E’ di ieri sera invece il rigore, netto, in favore della Fiorentina non decretato da Pairetto. L’arbitro, figlio d’arte, in questo caso non ha neanche ritenuto necessario chiamare in causa il VAR. Così come gli assistenti VAR hanno ritenuto opportuno mantenere fede alla linea del silent check, ovvero hanno visto l’episodio in autonomia e sono rimasti silenti; non hanno valutato necessario comunicare all’arbitro di andare a buttare un occhio al monitor di bordo campo. Triplice errore umano. E non è il primo caso. Quello del Franchi non è infatti il primo episodio in cui davanti al dubbio viene del tutto ignorato il VAR.

Direte voi, l’esperienza ci ha appena dimostrato che si può sbagliare valutazione nonostante la tecnologia (vedi Bologna-Inter). Vero; siamo nati tutti provvisti di libero arbitrio. Ma è anche vero che dall’introduzione del VAR le polemiche su presunti errori arbitrali sono nettamente diminuite lasciando spazio esclusivamente a quelle che chiamano in campo, nel dubbio, il mancato utilizzo della tecnologia.

Se lo strumento c’è, ignorarlo è stupido. Perciò, se ancora qualche direttore di gara auspica che il VAR se ne vada al diavolo, per favore, si ravveda al più presto. Non lasciamo che sia un singolo ad uccidere il progresso. Il progresso, anzi, cavalchiamolo.