Esclusiva-Enrico Montesano: “Avrei già fatto qualche scelta diversa nella Lazio. Alla Roma invidio Malen”
Noto attore romano nonché tifoso della Lazio, Enrico Montesano ha parlato ai microfoni di Soccermagazine del momento attuale dei biancocelesti e non solo.

Enrico Montesano è sicuramente uno degli attori più poliedrici che hanno calcato i palcoscenici d’Italia dagli anni ’60 ad oggi. Molti dei suoi film hanno fatto la storia della commedia nostrana, come il classico “Febbre da cavallo” girato insieme ad un altro totem capitolino quale Gigi Proietti. Non tutti, forse, sanno che all’amore per lo spettacolo l’artista accompagna da sempre anche quello per il calcio, in particolare per la Lazio di cui è tifoso. Enrico Montesano ha rilasciato un’intervista in esclusiva a Soccermagazine parlandoci dei biancocelesti e toccando alcuni dei principali temi che stanno interessando il calcio italiano di questi tempi.
Da diversi anni ormai il calcio italiano è fatto di proprietà straniere e sono sempre le stesse squadre a vincere. Lei che è un noto tifoso laziale, sta percependo un modo diverso di intendere il nostro campionato?
Posso fare una precisazione? Vincevano le stesse squadre anche 40 o 50 anni fa, cioè Inter, Milan, Juventus, con rarissime eccezioni. Io ricordo la festa quando a vincere lo Scudetto fu la Fiorentina, ero ragazzino. Toccò anche al Verona, alla Lazio, alla Roma, al Napoli, ma erano eventi straordinari. Era un calcio diverso, ancora c’erano i presidenti italiani che rischiavano anche in proprio, come Umberto Lenzini, presidente del primo Scudetto laziale, o anche i Moratti. Non è cambiato il calcio, è cambiato il mondo. In peggio! (ride, ndr)
In caso di addio di Sarri, c’è qualche allenatore in particolare che ad Enrico Montesano piacerebbe vedere alla Lazio?
Sì, potrei farlo io! E mi divertirei moltissimo. La cosa difficile è gestire 22-23 giovanotti che a volte sono un po’ viziati. Sono un po’ come gli artisti viziati, che vivono in un mondo loro, distaccato dalla realtà. Io in epoca non sospetta dissi che Sarri era come un grande chef, che aveva bisogno di materie prime di grande qualità. Quindi, non avendole il piatto soffre. A noi servirebbe più una brava cuoca come la Sora Lella che con quello che le dai riesce comunque a fare un piatto intelligente, la cucina “povera”. Riconosco che Sarri è un buon allenatore, però non avendo io il polso della situazione quotidiana e settimanale a volte non capisco certe cose. Nella Lazio io avrei già fatto qualche scelta leggermente diversa, ma non è colpa di Sarri comunque.
Non saprei chi mettere. C’è un Maestrelli-bis oggi? Un ritorno di Simone Inzaghi? Simone tornerebbe per guadagnare un decimo di quello che guadagna ora? È questo il punto dolens, che condiziona negativamente tutta la società, non solo italiana, ma del mondo: l’avidità. Comandano solo il danaro e il guadagno. Noi siamo rimasti indietro, siamo dei sognatori, siamo degli illusi. Ancora pensiamo alla Lazio di Chinaglia, “senza scritte sulla maglia” come dissi in una mia poesiola. È finito quel calcio.
Ci racconta com’erano i derby con il Suo vecchio amico Gigi Proietti?
Non sono mai andato allo stadio con Gigi, in realtà non sapevo che fosse della Roma. Io mi sono scontrato nei derby con il mio amico Lando Fiorini, quando facevamo il teatro insieme, al Puff. Facemmo una scommessa e fortunatamente mi andò bene. Chi avesse perso avrebbe dovuto fare tre volte il giro della statua di Garibaldi al Gianicolo, in mutande. E toccò a Lando, porello! Perché la Lazio quella volta vinse.
Al di là di ogni forma di campanilismo, c’è un singolo aspetto o anche semplicemente un giocatore che Enrico Montesano invidia alla Roma di oggi?
In questo momento il centravanti, Malen. Prima avrei potuto invidiare il “Principe” Giannini o Falcão. Come si fa a non invidiare Falcão? Una volta ci ho anche giocato insieme, mi ha fatto fare un goal. Nella Nazionale degli attori una volta giocammo contro i giornalisti a Bari, in uno stadio bellissimo, e lui mi disse come dovevo fare perché la prima volta calciai al volo e la mandai fuori, poi lui mi disse: “Guarda, Enrico. Io ti vedo: tu falla rimbalzare”. Io ho fatto come mi disse Paulo Roberto, l’ho fatta rimbalzare, l’ho presa bene di collo e feci un goal, grazie ad un grande campione della Roma. Però io ho sempre scherzato anche con Bruno Conti, era simpatico. Poi lui è stato un campione del mondo, non ce lo dimentichiamo. E questo è un punto dolente in questi giorni, perché all’epoca eravamo campioni del mondo…
Lo Scudetto di quest’anno sembrerebbe ormai appannaggio dell’Inter. Chi vede favorito invece per l’anno prossimo?
Dipende dal denaro. Qui ha ragione Sarri. A meno che uno non abbia 100 milioni da spendere sul mercato… Il Milan quanto avrà da spendere? La Juventus, il Napoli? Sono queste le squadre che hanno maggiori risorse, no? Non ho la palla di vetro, ma spero sempre che esca fuori una sorpresa. Prendiamo ad esempio il Como, che è l’unica squadra “straniera” che gioca in Italia. Mi piace come gioca, mi diverte molto vedere il Como, è bellissima come squadra, ma non c’è un italiano. Il presidente è indonesiano, esce da un libro di Salgari. Per carità, sono bravissimi, hanno molte risorse economiche, Como è una città bellissima sul lago, è una vecchia società di grande tradizione, però veramente sembra la prima squadra straniera in Italia. Dipende dalle risorse e questo non mi piace molto, è un calcio un po’ drogato.
Il Suo pensiero sulla Nazionale?
Adesso se la prendono con questi “miliardari tatuati”, come chiamano i calciatori da quando l’Italia è stata eliminata con la Bosnia. A me sembra anche eccessivo sulla rete tutto questo sarcasmo sulla Nazionale italiana. Sì, vabbè, è inferiore ad altre, però c’è anche da dire che se Moise Kean avesse messo dentro quel pallone saremmo stati 2-0. Se Dimarco, che generalmente quelle cose non le sbaglia, avesse messo dentro quel pallone, allora sarebbero diventati undici campioni e tutta la massa li avrebbe inneggiati. Adesso tutta la massa fa della facile ironia, che io non voglio fare. Non voglio salvare gli undici, però è sempre la Nazionale italiana, insomma, non è che volevano perdere. Casomai gli errori sono stati fatti prima. Perché abbiamo perso due volte con la Norvegia, seccamente? È lì che siamo arrivati impreparati.
Rino ci ha messo tutto il cuore, da uomo generoso, che doveva fare di più? Però il difetto è a monte: perché i ragazzi italiani non devono giocare in Serie B o in Serie A e fanno la panchina? Io quando sento del possibile mercato della Lazio non sento mai un nome italiano. “Ah, forse prendiamo quello dal Borussia, forse prendiamo quello dalla Slovacchia, c’è quel ragazzo polacco, quel ragazzo inglese”. Ma un ragazzo di Potenza o di Bisceglie ci sta?
Negli ultimi anni il calcio sembra cambiato su più fronti. Sono state modificate diverse regole storiche, sono nate addirittura nuove competizioni e soprattutto mancano bandiere e fenomeni. Che spiegazione si è dato al fatto che oggi non nascono più i Totti e i Del Piero?
Eh, ma se noi li andiamo a pescare in Africa… a me risulta che in Serie D ci sono ragazzi fortissimi, ma c’è troppa corruzione. E dove ci sono raccomandazione e corruzione il merito non viene premiato. E questi ragazzi forti, valenti non trovano squadra, e poi si demoralizzano e smettono, vanno a fare un altro mestiere. Sono finiti i bei tempi.
Giacomo Losi, che ha allenato per un po’ di tempo la Nazionale calcio degli attori quando c’ero ancora io, mi raccontò di una volta in cui arrivò una telefonata al centralino del bar del paese perché lì nessuno aveva il telefono e andarono a chiamarlo in bicicletta: “Giacomino, ti cercano da Roma!”. E lui non ci voleva credere, rispondeva: “A me?”. Nella provincia lombarda si trovava questo ragazzo fortissimo, che giocava terzino, poi è diventato il grande Giacomo Losi. E sto parlando di un giocatore della Roma perché quando uno è campione è campione, non c’è colore.
È finito quel mondo lì in cui Giorgio Chinaglia da Cardiff va all’Internapoli, poi Sbardella lo porta alla Lazio. Ma se c’è troppa corruzione, il talento non esce. Si dà privilegio a chi dà i soldi. Non voglio essere così cinico, ma mi hanno detto che accade questo in maniera sempre più diffusa. Non sarà questo che impedisce al talento di uscire? Io faccio il teatro, ne parlo da tifoso. Io amo il calcio, ma devo dire la verità: ecco, raramente adesso mi diverto. Si è involuto, lo trovo abbastanza noioso.
Come vorrebbe che cambiasse il calcio per accontentare sia le vecchie sia le nuove generazioni?
A me piaceva il calcio di Maestrelli, che era un po’ come quello di Inzaghi, che era anche un po’ come quello del Como di adesso, che gioca in scioltezza. Senza passaggetti, se no diventa come gli schemi del basket e diventa un po’ ripetitivo. La fantasia poi dove va a finire? Abbiamo per caso un Pelè, un Maradona, un Di Stefano? Ma io mi ricordo anche l’Olanda, Neeskens, Cruijff… quell’Olanda lì era divertente, allora lì capivi perché serviva un campo così grande perché c’erano i lanci, si correva. Era più divertente vedere una partita, adesso molto spesso le partite sono noiose.
Per concludere: Lei che lavora da decenni nel mondo dello spettacolo e della comunicazione, ritiene che il modo di vivere il calcio sia cambiato in meglio o in peggio con l’avvento dei social?
L’altro giorno, sulla mia pagina Telegram “CanaleMontesano”, ho scritto “I social: l’ovvio dei popoli”, parafrasando. Penso l’abbiano peggiorato. Perché prima tutte le “frescacce” che si dicevano rimanevano circoscritte al bar e al gruppo degli amici del bar. Adesso questo bar è diventato virtuale attraverso i social e quindi le “frescacce” viaggiano libere nell’etere. E alla fine non fanno bene, insomma. Nuocciono un po’.
Si ringrazia Enrico Montesano per la cortese disponibilità.
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